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Serial Killer: cause e sviluppo della violenza estrema 2

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Serial Killer: cause e sviluppo della violenza estrema 2

Messaggio Da Angelodiluce il Mar Apr 20, 2010 8:56 pm

3. Esperienze infantili
All’infuori dei criminali classificati inequivocabilmente come squilibrati mentali, i cui delitti scaturiscono da rappresentazioni deliranti (5), per tutti gli altri vale l’interrogativo circa le cause di tali atti estremi, come per esempio quelli descritti precedentemente o, più esattamente, circa le cause della motivazione estremamente aggressiva.

Un’indagine intensiva dell’FBI ha prospettato un quadro generale relativo a 36 serial killer.
Tali criminali sono provenuti tutti da una situazione familiare problematica e hanno ricevuto un’educazione distaccata, violenta e ingiusta; 13 di loro hanno riferito episodi infantili di violenza fisica, 23 di violenza psicologica e 12 di abusi sessuali (BURGESS, 1986).
A tal proposito RESSLER et al. (1993) scrivono: "Il rapporto con la figura materna evidenziato dai soggetti intervistati [serial killer, N.d.A.] era fortemente caratterizzato da freddezza, distacco, insensibilità o negligenza. Essi denotano carenze affettive e assenza di contatti umani".
Eccone un esempio (cit. da RESSLER et al., 1993): "Una donna metteva il figlio ancora neonato in una scatola di cartone, gli accendeva la televisione e si recava a lavoro. Più tardi lo metteva nel box, gli buttava dentro qualcosa da mangiare e lo abbandonava nuovamente davanti alla TV, fin quando non rientrava in casa. Un altro bambino ci ha raccontato che ogni sera era costretto a stare solo nella sua stanza e se tentava di andare in soggiorno i genitori lo mandavano via bruscamente e gli gridavano che quella era l’unica possibilità che avevano di restare da soli".

Non si deve quindi ignorare il fatto che già in età infantile è possibile gettare le basi per un'aggressività estrema. A tal riguardo, si rende necessaria un’analisi relativa all’origine del movente aggressivo stesso ed in particolare allo sviluppo di un repertorio di atti violenti.
In base alla descrizione dettagliata di KORNADT (1987, 1988, 1989a; KORNADT & ZUMKLEY, 1992) è necessario "partire da una scala gerarchica di moventi, valida principalmente per l’origine infantile del movente nell’ambito della personalità. Pertanto all’aggressione sembra spettare il compito di svolgere una sorta di funzione di legittima difesa per quanto concerne necessità vitali quali sicurezza, incolumità di fronte a pericoli mortali o morte. La consapevolezza di poter aver successo all’occorrenza, se non altro con l’uso della violenza, è rassicurante e comporta, in tal senso, la determinazione di un obiettivo generalizzato in questa direzione. Il movente dell’aggressione generalizzato (diverso a livello individuale) così costituitosi è quindi talmente sistematico che si innesca ogni qual volta subentri una circostanza frustrante (in questo senso soggettiva)." (KORNADT & ZUMKLEY, 1992).

3.1. Influenza del rapporto genitore-figlio
Alla luce di un’analisi più accurata dell’ultimo punto, emerge che il rapporto madre-figlio (6), in particolare la capacità di instaurare un legame e il senso di protezione o stabilità che ne deriva, costituisce il meccanismo principale dello sviluppo dell’aggressione estrema (cfr. KORNADT, 1992b,c).
L’aspetto del rapporto madre - figlio forse predominante nello sviluppo dell’aggressività è la rispondenza della madre, ovvero "la capacità della madre di entrare in empatia con il figlio e di saper comprendere il suo desiderio di attenzioni, nonché il grado di disponibilità o capacità di conciliazione, da parte della madre, delle proprie esigenze con quelle del figlio in caso di divergenza e di eventuale rinuncia alla realizzazione dei propri obiettivi" (KORNADT, HUSAREK & TROMMSDORFF, 1989).
Gli autori hanno avuto successo nel dimostrare che "più le madri adottano metodi educativi ispirati all’empatia e alla rispondenza, minore risulta lo sviluppo dell’aggressività nei figli. I figli di madri che si sentono spesso frustrate o irritate nei confronti dei figli, considerati peraltro un pesante fardello, sono caratterizzati invece da una spiccata aggressività".
Considerando il legame affettivo, si può tracciare il seguente modello di sviluppo (da KORNADT, 1992c):

Il punto di partenza è un rapporto instabile-ritroso che porta il figlio a considerare serie minacce già delle piccole frustrazioni. Questo favorisce la configurazione di un quadro ambientale negativo e ostile.
In tal modo, i conflitti con i genitori o con chi ne fa le veci si intensificano deteriorando ulteriormente il rapporto stesso. Aumenta il distacco emotivo nei riguardi di eventuali altre figure di riferimento che invece potrebbero infondere sicurezza e stabilità. Di conseguenza, gli atti violenti commessi costituiscono uno strumento atto alla tutela dei propri interessi (alla difesa da un ambiente minaccioso).
I figli divengono particolarmente reattivi nei confronti di modelli aggressivi, per cui, per imitazione, si rafforzano le componenti aggressive nonché gli intenti ostili. Si rafforzano le strategie d’azione violente quale reazione a un ambiente ostile che, a sua volta, reagisce in modo negativo. Il figlio persiste nel suo atteggiamento di rifiuto, sviluppando fini aggressivi e inclinazioni particolarmente violente.

Tale sequenza di argomentazioni è concretizzata da una serie di dati provenienti da un’indagine dell’FBI (cit. da FÜLLGRABE, 1992):

I criminali non si sentono legati affettivamente ad altre persone. Non hanno riguardo nei confronti delle necessità altrui o non sono in grado di percepirle.
L’educazione, il pessimo rendimento scolastico e altri insuccessi sono ritenuti parte di un mondo iniquo e ostile; l’educazione ricevuta viene definita ingiusta, negativa, discontinua e violenta.
La maggior parte dei criminali intervistati ha avuto un rapporto problematico con il padre; 16 dei 36 soggetti intervistati hanno avuto un rapporto materno caratterizzato da freddezza e negligenza. Nel 47% dei casi il padre ha abbandonato la famiglia prima che il figlio compisse 12 anni e quindi molti dei futuri serial killer sono stati costretti ad adattarsi a un nuovo capofamiglia.
Ammesso che abbiano avuto fratelli e/o sorelle, il legame affettivo con essi/e è stato carente.
Nel 68% dei casi, oltre a un’instabilità familiare è emersa anche un’instabilità del domicilio. Prima della maggiore età, il 66% dei criminali ha vissuto al di fuori della famiglia, in collegio o presso una famiglia adottiva.
Le famiglie dei futuri assassini sono state spesso colpite da gravi problemi: criminalità (50% dei casi), disturbi psichiatrici (53,3%), alcolismo (69%), tossicodipendenza (33,3%) e/o problemi sessuali (46,2%).
Tra i vari problemi, i bambini stessi hanno spesso menzionato: sogni a occhi aperti (82%), masturbazione compulsiva (82%) e solitudine (71%).
Sono stati riferiti anche comportamenti devianti da parte dei bambini: propensione cronica alla menzogna (71%), atti di vandalismo (58%), piromania (56%), furto (56%) o eventuali atti di crudeltà contro altri bambini.
Tuttavia il rapporto instabile-ritroso non è stato ancora riconosciuto in via definitiva quale sola e unica causa del suddetto modello. È ipotizzabile un’alternativa in base alla quale anche un rapporto instabile-ambivalente potrebbe esserne la causa.

Nel caso di un infanticida recidivo elvetico si evidenzia la carenza di un legame affettivo stabile. Nel corso dell’interrogatorio gli fu chiesto, tra le varie cose, anche quali fossero stati i moventi dei suoi delitti. Egli menzionò un forte sentimento di invidia nei riguardi delle vittime, poiché i bambini da lui assassinati vivevano in un clima familiare protettivo, cosa a lui totalmente sconosciuta. Attraverso il delitto, ha "inflitto una punizione" ai bambini, colpevoli di aver ricevuto quella protezione e quell’affetto che egli stesso non ha mai avuto; infine ha attribuito indirettamente la responsabilità dei suoi crimini alla società tout-court, colpevole di aver ignorato la sua infanzia infelice (WINZENRIED, 1992).

L’ipotesi relativa a uno sviluppo inadeguato della sensibilità a causa di un comportamento errato da parte dei genitori è stata ampiamente dimostrata. Per esempio, MALATESTA & IZARD (1984) sostengono che il bambino, fino all’età di tre anni, si innervosisce e reagisce in modo negativo se la madre non si pone in empatia con lui, magari rimanendo completamente impassibile o voltandogli le spalle in circostanze in cui questo si aspetta invece una conferma di natura emotiva. Nel caso in cui la madre ignori, o quasi, i desideri o i messaggi del bambino, comportandosi in modo passivo e poco affabile, le emozioni del bambino si affievoliscono, si appiattiscono, il bambino cessa di esprimere i propri sentimenti, adottando un atteggiamento apatico (...) se invece il comportamento emotivo della madre è inadeguato e imprevedibile, il bambino è costretto ad adottare un comportamento emotivo estremamente intenso, al fine di suscitare una qualche reazione nella madre. (GEPPERT & HECKHAUSEN, 1990).
HARRIS (1989) ha osservato che i bambini che subiscono violenze diventano molto spesso aggressivi nei confronti dei coetanei e, in caso di bisogno, li soccorrono più raramente e meno volentieri. Di fronte a segnali quali pianto o dolore, tali bambini reagiscono più frequentemente con violenze, minacce e aggressioni (MAIN & GEORGE, 1985).
In una fase successiva, una linea educativa non rispondente, fredda, rigida e mortificante può generare nel bambino durezza, comportamenti violenti e socializzazione deviante (ULICH & MAYRING, 1992; MANTELL, 1978).
Uno sviluppo inadeguato della sensibilità può portare il bambino a una percezione distorta di se stesso oltre che alla totale scomparsa di stati emotivi (LEWIS & MICHALSON, 1982).

La mancata rispondenza da parte del genitore diventa particolarmente grave laddove viene frustrato il bisogno di sicurezza e stabilità del bambino. Questo favorisce la comparsa di reazioni quali collera o violente contestazioni, dovute al fatto che il bambino si sente ferito.

"Il movente dell’aggressione verrà quindi notevolmente sviluppato, qualora abbia un valore altamente funzionale per le strutture centrali della personalità. Alla luce di questa considerazione, anche l’origine stessa del movente diviene un ‘processo motivato’. Lo scopo di quest’ultima sembra quindi consistere principalmente nella salvaguardia o nella (ri)conquista di un concetto positivo di sé. Tali ipotesi sono sostenute da prove che dimostrano come l’autolesionismo del bambino rappresenti, a livello interculturale, il presupposto fondamentale delle varie configurazioni del movente" (KORNADT, 1989b).
3.2. Differenze nel movente dell’aggressione
Le differenze a livello individuale nel movente dell’aggressione si originano nella prima infanzia. Le prime fasi dello sviluppo del movente hanno inizio già all’età di un anno e mezzo circa. Fino all’età di tre anni vengono poi delineate le peculiarità individuali che intervengono nella fase successiva dello sviluppo. I processi evolutivi fondamentali sono i seguenti:

1. manifestazione nella prima infanzia di reazioni colleriche e relativo nesso con fattori scatenanti, modalità di reazione e conseguenze;
2. apprendimento graduale di comportamenti aggressivi e relative conseguenze;
3. sviluppo di strategie d’azione e obiettivi dell’aggressione particolarmente ostili, in base all’imitazione di modelli preesistenti;
4. formazione di obiettivi dell’aggressione marcatamente ostili e, quindi, di un reale movente dell’aggressione in base alla percezione della propria ostilità e degli intenti che ne conseguono;

Il punto 1 fa riferimento al nesso tra collera e frustrazione, laddove per frustrazione si intende una vasta classe di circostanze che non rientrano in una definizione dettagliata ma che relativamente alla loro complessità sono classificabili a partire dalle lesioni corporali, alla violazione del rispetto di se stessi, fino ad arrivare alla totale trasgressione del sistema di valori.
Per quel che riguarda la realizzazione del nesso frustrazione/collera, in ogni singolo caso sono coinvolti numerosi processi di apprendimento individuali, per cui al cui centro si pone il rapporto, influenzato da fattori ereditari, tra esperienze avverse e inclinazione verso reazioni colleriche.

I punti 2 e 3 sono strettamente collegati tra loro e si manifestano già nella fase che prevede lo sviluppo di molteplici abilità motorie e modelli comportamentali, molti dei quali sicuramente interessanti in relazione al livello di aggressività: grida, calci o percosse.
Ugualmente collegabili a fattori ereditari possono essere anche predisposizioni all’apprendimento di comportamenti aggressivi, la cui conseguenza è lo sviluppo di una propensione emotiva verso situazioni violente. Tali processi di apprendimento si realizzano principalmente attraverso l’apprendimento per imitazione, in cui le figure di riferimento, in primo luogo i genitori, svolgono un ruolo fondamentale. Tuttavia anche l’interazione con altri bambini costituisce un’importante fonte d’esperienza per lo sviluppo dell’aggressività. I coetanei (in particolare fratelli e/o sorelle e amici) possono quindi rappresentare, in determinate situazioni (per es. all’asilo o al parco) la gratifica principale per i loro comportamenti aggressivi.

Ecco perché i serial killer raccontano frequentemente di essere stati, durante l’infanzia, non tanto criminali quanto vittime: vittime dei genitori o dei loro coetanei. A causa delle numerose esperienze negative vissute, si prefigurano un ambiente minaccioso, ostile, e imparano a stare costantemente all’erta da ingiustizie e soprusi. In tal modo si sviluppano gli obiettivi marcatamente aggressivi e violenti descritti al punto 4, per la cui realizzazione è necessario lottare e predominare.
Queste prime esperienze infantili costituiscono anche degli indizi inerenti la componente sessuale dei crimini. Dal momento che, contrariamente alle ipotesi precedenti, lo stimolo principale non è costituito dal movente a sfondo sessuale (vedi sopra), è necessario formulare altre ipotesi in merito.
È ipotizzabile un modello di questo tipo: in età infantile, i criminali sono sottoposti a una serie di forti frustrazioni in diversi ambiti (scuola, famiglia, fratelli e/o sorelle...); uno dei più delicati, nei giovani, è la sessualità.
Durante l’adolescenza, il malessere derivante dai primi ed eventualmente ripetuti insuccessi nei contatti sessuali con le ragazze può divenire una frustrazione estremamente profonda. In proposito, KORNADT & ZUMKLEY (1992) affermano: "l’accumulo di esperienze frustranti relative a un determinato ambito esistenziale (...) potrebbe portare all’attribuzione di un’importanza eccessiva a tale aspetto. Può essere vissuto come minaccia persistente e probabilmente crescente nei confronti di esigenze fondamentali (rispetto della propria persona, desiderio di approvazione e protezione...), sulle quali si plasma un movente dell’aggressione sempre più violento, generalizzato e strettamente connesso all’affettività".

3.3. Perversione e fantasie sadiche
In quasi la totalità dei casi noti, i pluriomicidi presentano delle forti componenti sessuali di tipo sadico. Attualmente l’ipotesi a lungo accreditata circa un maggiore istinto sessuale non è più attendibile (cfr. ad es. BURGESS et al., 1986; FBI, 1985; FÜLLGRABE, 1983, 1992; GÖBEL, 1993).

Al contrario, viene ipotizzata una motivazione estremamente aggressiva. Nel comportamento sessuale ci sono anche moventi di natura non sessuale, come dimostra SCHMIDT (1983): "La sessualità acquista intensità e dinamismo indipendentemente dal carattere della persona e non soltanto per effetto di stimoli di natura sessuale, attivandosi e intensificandosi per effetto di motivazioni e sentimenti tutt’altro che sessuali".
Ciò vale in particolare per quel che riguarda la perversione, specialmente il sadismo. Già il Marchese De Sade descrisse assai esaurientemente il modo in cui il delitto perfettamente pianificato, raccapricciante, che va aldilà dell’immaginazione, possa essere il presupposto del maggior godimento possibile.
Il superamento di tabù e norme costituiscono una fonte di piacere sessuale.
"Il senso di tale familiarità con la passione e i desideri sessuali va ricercato molto semplicemente nella perversione". (SCHMIDT, 1983).
Per esempio, STOLLER (1976, 1979) definisce la perversione una forma erotica dell’odio. L’orgasmo non implica esclusivamente l’eiaculazione, bensì anche una "manifestazione megalomane di libertà". L’appagamento sessuale deriva dall’esperienza della soluzione di un conflitto, del superamento dell’ansia, del trionfo della desiderio sessuale sulla prostrazione (STOLLER, 1975).
Secondo MORGENTHALER (1974) l’appagamento di desideri sessuali nell’ambito di un rapporto perverso scivola in secondo piano ed è spesso del tutto irrilevante. Sulla base delle ricerche di Stoller, SCHMIDT (1983) delinea tre processi particolarmente significativi inerenti la perversione e, in misura minore, l’eccitazione sessuale:

1. oscillazione tra attesa e superamento del rischio; l’incorrere in un pericolo, seppur previsto, aumenta l’eccitazione sessuale;
2. in una situazione di tensione, caratterizzata da ansia ed esaltazione, la sessualità si trasforma in conflitto. Il tema predominante della drammaturgia dell’eccitazione sessuale è pertanto (secondo STOLLER) la violenza. Secondo STOLLER, la riduzione del partner a una nullità, a un mero oggetto della situazione erotica, costituisce un aspetto importante della violenza sessuale;
3. il rischio e la lotta interiore sfociano nella soluzione del conflitto, nel superamento di traumi infantili, di conflitti o traumi che, secondo STOLLER, generalmente si originano nell’ambito dello sviluppo dell’identità sessuale.

Gli effetti della sessualità descritti da STOLLER sono stati criticati in particolare da SCHORSCH (1978), il quale puntualizza che una sessualità intensa non è tale esclusivamente in virtù di un comportamento violento, bensì in essa possono riaffiorare anche "desideri e nostalgie infantili, o l’ideale di uno stato di estasi paradisiaca vissuto in precedenza". Riallacciandosi a GOLDBERG (1975), SCHMIDT (1983) definisce tale meccanismo "sessualizzazione dell’affettività", ipotizzando che "sentimenti di sofferenza, quali angoscia, pudore, sgomento o mortificazione, sentimenti di natura aggressiva, quali collera o odio, ma anche sentimenti positivi, quali gioia e approvazione, vengono convertiti in sensazioni erotiche e tradotti, sul piano sessuale, in desiderio, attrazione ed eccitazione. L’intensità delle esperienze e del desiderio sessuale, così come il livello di appagamento, non dipendono esattamente dall’intensità dell’impulso istintivo, bensì dalla carica simbolica dell’atto sessuale, generalmente inconscia e implicita e spesso comprensibile esclusivamente dalla biografia della persona. Pertanto, sessualità e perversione possono rappresentare una sorta di aggressività deviante da cui scaturiscono obiettivi di azioni di natura violenta piuttosto che sessuale."

I criminali, prima di giungere, come conseguenza estrema, all’omicidio, cioè l’azione realmente motivata, sotto l’influsso di una motivazione estremamente aggressiva, hanno perlopiù fantasie caratterizzate da una forte componente di violenza.
L’FBI (1985) sostiene in proposito: "Tali fantasie sono estremamente violente e spaziano dallo stupro alla mutilazione, fino ad arrivare alla tortura o all’omicidio. Si tratta di fantasie che vanno al di là dei normali desideri sessuali, volti al conseguimento del piacere".
Facendo riferimento a uno studio dell’FBI relativo al serial killer, già abbondantemente citato, FÜLLGRABE (1992) analizza pertanto la dinamica relativa all’insorgenza di fantasie sadiche: prima dei 18 anni, il 56% dei criminali fantasticava di commettere uno stupro, ma appena il 40% di loro aveva subito a sua volta abusi sessuali in età giovanile.

John Joubert ha riferito che le sue prime fantasie criminali si manifestarono già all’età di 6 o 7 anni: si avvicinava strisciando alla baby-sitter, la assaliva alle spalle, la strangolava e infine la divorava interamente. Successivamente, attraverso i delitti, ha potuto concretizzare quelle fantasie che aveva continuato a perfezionare fin dall’età di sette anni.

Durante un interrogatorio, Peter Kürten ha fatto verbalizzare la seguente dichiarazione: "Quando ho immaginato di squarciare l’addome a un tale o comunque di ferirlo gravemente, mi sono sentito soddisfatto una volta per tutte (...) ho anche pensato di provocare delle stragi introducendo dei microbi nell’acqua potabile (...) poi ho immaginato anche di servirmi di scuole, o qualcosa del genere, dove mietere vittime distribuendo piccoli campioni di cioccolata da me avvelenati con l’arsenico". (LENK & KAEVER, 1974).

A giudicare dalle descrizioni delle fantasie criminali effettuate dai serial killer stessi si tratta fondamentalmente dell’anticipazione di azioni che si verificheranno, in un secondo momento, così come immaginato. Contemporaneamente vengono calcolate le eventuali conseguenze di tali azioni e le emozioni che ne derivano. "I meccanismi propri della immaginazione presentano una serie di analogie con quelli inerenti alla percezione e l’azione (KORNADT & ZUMKLEY, 1992)."

Non tutti i bambini reagiscono al proprio ambiente sviluppando fantasie criminali, come non tutti i bambini che nutrono fantasie criminali vi danno poi libero sfogo. Ciò che contraddistingue, in età infantile, i serial killer da quei bambini è l’estremo egocentrismo delle loro fantasie negative, di natura aggressivo-sessuale (BURGESS et al., 1986).
È indicativo che nelle varie interviste a serial killer non si è mai evidenziato alcun racconto di fantasie o sogni positivi. Pertanto non è chiaro se tali sogni siano realmente esistiti o se invece siano stati semplicemente repressi nella memoria per effetto di violente fantasie criminali.
Il conseguente collegamento tra sessualità e violenza può essere riconducibile a molteplici cause, una delle quali potrebbe essere costituita dal fatto che molti serial killer hanno subito abusi sessuali in età infantile o sono stati testimoni di tali abusi (per es. nei riguardi dei fratelli). Prima o poi tali fantasie aggressive si manifestano in un contesto ludico nei confronti di altri bambini. Un criminale ha riferito che all’età di 15 anni aveva trascinato con sé degli adolescenti di età inferiore nella stanza da bagno, dove li aveva costretti a rapporti orali e anali. Così facendo, aveva inscenato di nuovo l’esperienza da lui stesso avuta all’età di 10 anni, sostenendo in tale occasione il ruolo del prevaricatore e non quello della vittima (BURGESS et al., 1986).

Nelle fantasie criminali, un ruolo fondamentale è svolto dalla morte e dall’omicidio.
"La morte è un esempio di estremo controllo" (BURGESS et al., 1986).
Esercitare controllo sull’ambiente implica potere e sicurezza, in quanto viene esclusa la possibilità che si verifichino imprevisti o comunque situazioni minacciose cui far fronte. Colui che mantiene il controllo detiene forza e potere, sentendosi quindi immune da qualsiasi minaccia. Questa catena di argomentazioni si sviluppa in primo luogo nella fantasia; tuttavia ogni serial killer, prima o poi, giunge a un punto tale che le semplici fantasie non sono più sufficienti a garantire il senso di sicurezza e protezione desiderato, cosicché nasce il desiderio di metterle in pratica. È così che di norma si apre la serie omicida. Nel caso in cui il criminale non venga arrestato immediatamente dopo il primo delitto, il cerchio si chiude e, apparentemente, le fantasie ottengono conferma. Si realizza una coesistenza di apparenza e realtà.
4. Perché non tutti diventano assassini?
Una risposta plausibile a tale interrogativo potrebbe essere contenuta nella fase antecedente al primo delitto. I criminali devono trovarsi in una situazione scatenante e reagire di conseguenza. Alcuni criminali potenziali non vi giungono mai.
A tal proposito, VON HENTIG (1961) evidenzia in particolare il ruolo svolto dal caso. Per esempio descrive dei gemelli di cui uno soltanto è divenuto un criminale. Nel corso di un’indagine, il fratello non criminale ha dichiarato che all’età di 12 anni aveva manifestato l’intenzione di rapinare un negozio assieme a due amici. Il tentativo era fallito solo perché erano stati sorpresi da un passante.
FÜLLGRABE (1983) e LEMPP (1977) sostengono l’importanza del ruolo svolto dal caso, giungendo alla conclusione che "il caso può determinare uno sviluppo diverso all’interno di personalità analogamente strutturate: di due criminali ne viene arrestato solamente uno; di due ex carcerati, solamente uno si sposa e conduce una vita borghese; in ogni caso soltanto uno dei due diviene un criminale!" (FÜLLGRABE, 1983).
LEMPP (1977) ha riscontrato che i giovani criminali da lui studiati (tutti autori di omicidi singoli e non di pluriomicidi) si differenziano da altri giovani caratterizzati da analoghi deficit strutturali della personalità e uno scarso livello di autocontrollo esclusivamente per il fatto di essersi trovati in una situazione che non sapevano gestire. RESSLER et al. (1993) descrivono molteplici casi caratterizzati dalla suddetta causa scatenante: "La causa del primo omicidio commesso da Richard Marquett era l’impotenza nei confronti di una donna (...) A dare il colpo di grazia a Ted Bundy fu presumibilmente la sospensione dei contributi finanziari (...) I problemi di David Berkowitz si fecero insormontabili allorché la madre carnale si rifiutò di prenderlo con sé (...) Dopo una lite furibonda con la madre, Ed Kemper sbatté la porta e si ripromise: "La prossima donna con cui avrò a che fare ci lascerà la pelle".
ROBERT RESSLER, il fondatore della sezione di etologia presso l’FBI statunitense, individuò la causa della reazione deviante dei serial killer analizzati in una struttura psichica instabile.
"Nei confronti di circostanze avverse, quali per esempio l'improvviso stato di disoccupazione, si chiudono a riccio, si concentrano esclusivamente su quel singolo problema, escludendo tutto il resto all’infuori delle fantasie, dalle quali si aspettano una soluzione" (ib.).
Tale processo descrive chiaramente le conseguenze di legami affettivi inesistenti o instabili-ritrosi. L’affetto presuppone protezione in situazioni critiche. Non possedendo una certezza di questo tipo, tali individui sono caratterizzati dall’assenza di modalità comportamentali adeguate.

A tal proposito, sarebbe opportuna un’analisi del ruolo svolto dalla volizione. Le azioni non sono provocate esclusivamente da una situazione scatenante, e quindi dalla motivazione che ne consegue, bensì anche dalla volontà di esecuzione. Coloro che si trovano alle soglie della criminalità ma che poi non divengono criminali potrebbero eventualmente differenziarsi da altri in virtù della forza di volontà, la quale non è sempre autonoma, bensì può essere anche condizionata da fattori ambientali.
Probabilmente sarà capitato a tutti di bere una birra in compagnia di amici e di lasciarsi persuadere a berne ancora, nonostante il senno dica: "No, ne hai già bevuta abbastanza!".
L’autocontrollo e la responsabilità nei confronti di se stessi, associati al libero arbitrio, possono essere minati soprattutto attraverso metodi educativi violenti. Nel caso di bambini spesso soggetti a punizioni, l’educatore severo occupa una posizione di primo piano, in quanto "gestisce e controlla il comportamento. Essi non hanno mai imparato a gestire e controllare il proprio comportamento" (FÜLLGRABE, 1983).
Ne è una conferma la teoria di BECKER (1964), il quale ha riscontrato che i bambini cresciuti in un atmosfera gradevole osservano maggiormente i divieti e, qualora ciò non si verifichi, sviluppano maggiori sensi di colpa.

Tuttavia non è solamente la fase antecedente al primo delitto a preparare il terreno in modo decisivo, bensì anche lo sviluppo successivo.
STEPHAN QUENSEL (1980) illustra ampiamente che più si acquista dimestichezza con l’attività criminale, maggiori saranno le difficoltà connesse alla sua sospensione. Egli descrive le fasi che costituiscono tale "carriera verso il basso" nel modo seguente:
1. più la situazione di partenza è favorevole (avvio all’attività criminale in età adulta, socializzazione nella norma, risorse adeguate), maggiori saranno le alternative positive a disposizione e quindi minore il rischio di cadere in basso;
2. il problema di partenza è perlopiù di lieve entità e, infatti, molti delitti iniziali vengono commessi esclusivamente per gioco;
3. vengono individuate e portate a termine soluzioni anomale, ritenute le uniche possibili e, quindi, date per scontate;
4. più ci si inoltra nell’attività criminale, minori sono le alternative positive a disposizione, più frequenti saranno quelle negative (abuso di alcool e sostanze stupefacenti, abbrutimento) e quindi più lento il ritorno alla normalità, che non va più ricercata a partire dalla situazione iniziale bensì, immaginando un grafico a forma di forbice, verso l’alto alla stessa distanza;
5. più ci si scivola verso il basso nella "carriera", più si ingrandisce il problema, inizialmente di lieve entità, per effetto di problemi aggiuntivi connessi alle conseguenze penali, più probabile diviene il proseguimento di tale "carriera", nonché più formale e più severa la reazione (della società, N.d.A.) e più grave il problema.
Nonostante lo sviluppo sopra descritto, si può giungere al reale compimento di atti criminali aggressivi (stupro, rapimento) ma non all’omicidio, di fronte al quale i criminali indietreggiano per la paura.
In molti casi ciò si spiega in virtù di un’inibizione dell’aggressione ancora in atto che, però, subentra a tutti gli effetti soltanto dopo l’atto criminale. "Nel contempo si osserva che il soggetto questione (autore di molteplici stupri, N.d.A.) ha avuto successivamente una forte reazione di vergogna nonché sensi di colpa (...) provando il forte bisogno di scusarsi con la parte lesa" (HOFF, 1992).

Alla spiegazione più che altro situazionale-casuale, che può aver luogo soltanto in età relativamente avanzata, si può affiancare già nel corso dello sviluppo del movente dell’aggressione quella relativa al rapporto genitore-figlio. A tal riguardo RESSLER et al. (1992) pongono l’accento sullo sviluppo durante l’età prepuberale. In questa fase "si tengono in allenamento per poi commettere omicidi o altri atti di violenza".

5. Formazione e sviluppo di una motivazione estremamente aggressiva
Ricomponendo le varie teorie fin qui citate in una sorta di mosaico, si delinea un quadro generale relativo alla motivazione estremamente aggressiva. Nell’ottica del movente dell’aggressione, si prospetta la seguente sequenza motivazionale:

1. la situazione iniziale è data dalla percezione di un mondo violento, prodotta probabilmente da esperienze infantili negative e frustranti inerenti il rapporto con genitori o amici, associata a esperienze intense, negative e deleterie per la propria autostima, riguardanti le fasi successive della vita quotidiana;
2. la causa scatenante può essere costituita da un’esperienza frustrante verso cui si ha una reazione collerica;
3. la situazione vissuta viene considerata ingiustificata e arbitraria, pertanto il risentimento si trasforma in ferocia;
4. si innesca il movente dell’aggressione e si attualizzano i sistemi generalizzati relativi agli obiettivi (vendetta nei confronti di singole persone o della società, conseguimento del controllo sull’ambiente) assieme alle emozioni positive derivanti dalle aspettative;
5. si valutano gli obiettivi specifici di una determinata situazione e le possibilità d’azione, di cui vengono calcolate le probabilità di successo;
6. qualora il momento sia propizio, si passa all’azione;
7. nel caso in cui l’azione procede come previsto, il criminale prova forti emozioni (felicità, gioia, gratificazione, potere, appagamento sessuale, maggiore coscienza del proprio valore);
8. la motivazione scompare (catarsi), gli elementi del movente si rafforzano in senso positivo per effetto dell’esito dell’azione, le strategie di azione di tipo aggressivo divengono più probabili (al contrario di quelle non aggressive);
9. nel caso in cui il criminale non venga catturato dopo il primo omicidio, si riducono gli eventuali meccanismi inibitori (specialmente il timore di fronte alla pena) e vengono sostituiti da un senso di inattaccabilità (si verifica il passaggio dai meccanismi inibitori preesistenti ai meccanismi di attivazione). Totale assenza di altri fattori inibitori, per esempio la pietà.

Nell’ottica del movente dell’aggressione, il proseguimento di un crimine mai compiuto prima e il relativo perfezionamento (cioè il passaggio effettivo da omicida a pluriomicida) si possono interpretare attraverso la riduzione dell’inibizione nei confronti dell’aggressione e il contemporaneo rinvigorimento di alcune componenti proprie del movente dell’aggressione.
Il primo elemento si basa sulla consapevolezza da parte dei criminali di non poter essere catturati in tempi brevi, il che porta a un’ulteriore riduzione della componente inibitoria circa il "timore nei confronti della pena". Inizialmente, il serial killer ventiduenne Oleg Kusnezow si limitò a violentare "soltanto" le sue vittime, ma le sue minacce di violenza ebbero successo al punto tale che nessuna delle donne lo ha mai denunciato.
"Questo lo rendeva sicuro di sé, liberandolo dal timore di essere punito" (KRIVITCH & OLGIN, 1992).
Anche nel caso di Andreji Tschikatilo (52 omicidi), il timore di fronte alla pena varia gradualmente: dopo il primo delitto, adotta a lungo un comportamento sorprendentemente calmo; "ovviamente ha paura", KRIVITCH & OLGIN, 1992. In seguito viene arrestata un’altra persona al suo posto, come presunto omicida, che viene poi persino condannata a morte. Nel caso di Andreji Tschikatilo si evidenzia il senso di inattaccabilità, ovvero di immunità da qualsiasi pena, anche in virtù del fatto che, in precedenza, era già stato due volte in custodia preventiva, ma poi regolarmente rilasciato ("Infine era giunto alla conclusione che, essendo scampato al procedimento penale, era quindi immune da qualsiasi pena", ibid.).
Altri fattori inibitori, quali l’empatia o il senso di colpa, sono fin dall’inizio inefficaci o si sviluppano in modo inefficace. A proposito di Andreji Tschikatilo, Major Jewsejew sostiene: "A giudicare dal suo comportamento (durante l’ispezione del luogo del delitto, dopo la quale era già stato arrestato definitivamente, N.d.A.) non provava alcun senso di colpa, alcun tipo di rimorso o compassione nei riguardi delle vittime". Quando il giudice gli aveva chiesto se fosse mai stato sfiorato dall’idea di aver provocato dolore nelle vittime o se, ogniqualvolta aveva ucciso un ragazzo, avesse mai pensato a suo figlio, questi rispose: "Non mi è venuto in mente" (ibid.).
Ted Bundy, sospettato dall’FBI di aver ucciso dalle 35 alle 60 donne, fu catturato due volte e regolarmente riuscì a fuggire (RESSLER et al., 1992).

Con il moltiplicarsi dei delitti, l’assassino diviene anche più esperto, perfeziona le proprie capacità e acquisisce maggiore abilità anche per quel che riguarda la componente aggressiva (A. Tschikatilo: "Ho imparato a non sporcarmi. Tenevo il coltello con la mano sinistra. Scrivo con la mano destra, ma tengo il coltello con la sinistra se devo tagliare il cibo", KRIVITCH & OLGIN, 1992).
In tal modo le strategie d’azione non aggressive scivolano ulteriormente in secondo piano e, al momento opportuno, l’azione motivata scaturisce pressoché da sola. Oltre alla consapevolezza di essere insospettabili, aumenta anche la percentuale di egoismo, di pianificazione dei delitti successivi (contrariamente al primo omicidio, casuale e spesso dettato da uno stato di eccitazione), nonché di violenza esercitata nei confronti delle vittime.
"Jeffrey Dahmer è il rappresentante tipico del serial killer: inizia con una certa cautela, in un primo momento si spaventa di se stesso ma continua a uccidere. Riduce ulteriormente gli intervalli di tempo tra i delitti divenendo, di volta in volta, sempre più abile. Diventa poi più audace e spericolato, in quanto ritiene che nessun mortale gli possa nuocere ed è convinto di essere l’unico detentore del potere di vita e di morta" (RESSLER et al., 1992).

Note

(1) La maggior parte dei pluriomicidi che citeremo più avanti è stata commessa negli Stati Uniti. A ogni modo, ciò non implica che tale fenomeno non abbia alcuna rilevanza a livello europeo o che questa tipologia delittuosa costituisca una prerogativa esclusivamente americana. Anche in Europa, seppur su scala ridotta, si verificano crimini di questo tipo (Germania 1931: Peter Kürten; 1968: Jürgen Bartsch; Gran Bretagna 1994: Frederick West; Austria 1994: Johann Unterweger; Italia 1994: Pietro Pacciani). Alcuni criminologi prevedono tuttavia che negli anni a venire si verificherà un aumento del numero di serial killer di tipo sadico anche nel nostro continente (cfr. in proposito FÜLLGRABE, 1992).

(2) La maggior parte dei pluriomicidi implica una componente sessuale: non sempre si giunge allo stupro vero e proprio, mentre si verificano frequentemente mutilazioni degli organi sessuali esterni o comportamenti di tipo necrofilo.

(3) L’autore sottolinea la differenza tra “es” (pronome neutro che sottintende l’oggetto) e “sie” (pronome personale femminile). Il killer depersonalizza la vittima, considerandola alla stregua di un oggetto, procedimento che gli permette di neutralizzare l’inevitabile senso di colpa generato dall’omicidio.

(4) Nel testo originale compare il termine "uomini" anziché "donne", poiché Kornadt, in un esempio precedente, cita un rapporto padre-figlio. Dal momento che i serial killer scelgono prevalentemente vittime di sesso femminile, la sostituzione del suddetto termine è operata al fine di un maggiore chiarimento del problema.

(5) David Berkowitz, soprannominato "Son of Sam killer", pensava per esempio di aver ricevuto l’ordine di uccidere da Sam, il cane del vicino. In ogni caso, occorre prendere con cautela simili dichiarazioni, in quanto potrebbero essere utilizzate intenzionalmente al fine di ottenere un’ attenuazione della pena.

(6) L’espressione "rapporto madre-figlio" ha la funzione di indicare il rapporto con una o più figure di riferimento.


*** NOTA: la Redazione ha provato in ogni modo a mettersi in contatto con la traduttrice, senza tuttavia riscirci. Qualora ella non fosse d'accordo alla pubblicazione del saggio può richiederne e ottenerne la rimozione contattando il gestore della sezione, Giuseppe Pastore. ***
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