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Serial Killer: cause e sviluppo della violenza estrema

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Serial Killer: cause e sviluppo della violenza estrema

Messaggio Da Angelodiluce il Mar Apr 20, 2010 8:55 pm

Traduzione di Cristina Comandini


Sommario

1. Motivazione estremamente aggressiva
2. Scopo dell’aggressione = vittima dell’aggressione?
3. Esperienze infantili
3.1 Influenza del rapporto genitore - figlio
3.2 Differenze nel movente dell’aggressione
3.3 Perversione e fantasie sadiche
4. Perché non tutti diventano assassini?
5. Formazione e sviluppo di una motivazione estremamente aggressiva
6. Brevi cenni sul concetto di legame affettivo
7. Collegamenti con l’argomento


A differenza degli omicidi singoli, i pluriomicidi non sono caratterizzati da un movente chiaramente riconoscibile e spesso si distinguono per una componente estrema di violenza e perversione. In questa sede tenteremo di definire la natura estremamente aggressiva della motivazione del criminale, la cui origine risale all’età infantile, in particolare al rapporto carente e sofferto con i genitori e alle conseguenti frustrazioni precoci e deleterie per la propria autostima. Inoltre, tenteremo di interpretare le esperienze descritte in modo analogo da numerosi serial killer in base alla teoria della motivazione aggressiva.

Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te. (Friedrich Nietzsche, Di là dal bene e dal male, Aforisma 146)


1. Motivazione estremamente aggressiva
I delitti dettati da gelosia, stato di eccitazione o in occultamento di ulteriori reati sono caratterizzati da un movente chiaramente individuabile. Per quel che riguarda la ricerca dell’assassino, in molti casi è opportuno indagare nella vita privata della vittima (WITTNEBEN, 1992; PORTER, 1983), cosicché sia possibile provarne la colpevolezza in tempi relativamente brevi (cfr. LEMPP, 1977). Ma cosa avviene in presenza di crimini quali il seguente?

La sera del 23 gennaio 1978, una ragazza ventunenne fu ritrovata senza vita. L’assassino le aveva lacerato completamente l’abito all’altezza del ventre e squarciato i genitali. Presentava un’enorme ferita da taglio, dal petto fino all’ombelico, e alcuni organi interni le erano stati estirpati. Le mancavano alcune parti del corpo. La mammella sinistra mostrava molteplici ferite da punta. L’assassino le aveva introdotto nella bocca degli escrementi animali. A quanto pare aveva raccolto e bevuto il sangue in un vasetto da yogurt (Ressler & Shachtman, 1993).

La competenza dell’FBI (1) statunitense nell’ambito dell’elaborazione di profili criminali ha dimostrato che nell’interpretazione di crimini estremamente violenti è essenziale astenersi dall’utilizzo di categorie prestabilite (per es. "psicopatici"), mentre è opportuno tentare di individuare la motivazione di fondo del criminale (RESSLER & SHACHTMAN, 1993). Questo è particolarmente vero per i "serial killer", ossia assassini che mettono in atto omicidi in successione in luoghi diversi, al contrario degli "sterminatori", cioè criminali che uccidono più persone contemporaneamente e nello stesso luogo, come è avvenuto per esempio durante il nazismo, nelle camere a gas dei campi di concentramento.

Le motivazioni più ricorrenti degli assassini possono essere: sete di potere, "aumento della suspense" (cfr. FÜLLGRABE, 1983) o volontà di esercitare controllo sul proprio destino o sull’ambiente circostante. Diametralmente opposta è l’ipotesi secondo la quale, specialmente nei delitti a sfondo sessuale (2), c’è di base una motivazione estremamente aggressiva (FBI, 1985; FÜLLGRABE, 1983, 1990).

Tale ipotesi trova un chiaro riscontro principalmente nella tipologia del sadico, il quale descrive la propria motivazione per esempio in questi termini: "Non ho violentato la ragazza, volevo solo annientare quella cosa" (non lei, N.d.A.; (3)). (HAZELWOOD & DOUGLAS,1980).
Infine, i criminali danno libero sfogo a fantasie covate a lungo e sino a quel momento represse (per quel che riguarda la concretizzazione). Nel momento in cui l’inibizione dell’aggressione radicata nel movente dell’aggressione stessa (sul movente dell’aggressione cfr. KORNADT, 1982, 1992a, b; KORNADT & ZUMKLEY, 1992) non è più sufficiente, allora scaturisce l’atto criminale, al quale ne seguono spesso degli altri. I criminali contraddistinti da esperienze infantili di violenza, rifiuto, negligenza o anche da rapporti negativi con figure di riferimento compensano ciò attraverso un ideale di determinazione, forza e superiorità. In tal senso, fattori quali violenza, rivalsa o mutilazione svolgono un ruolo fondamentale. Il desiderio di dominio, o comunque di controllo, sul proprio ambiente si concretizza al meglio attraverso l’aggressività: questo è quanto apprende l’assassino durante l’infanzia. Di conseguenza, tale desiderio si manifesta in primo luogo sotto forma di fantasia (RESSLER, 1985; RESSLER et al., 1988).

Prima dei delitti veri e propri, di tanto in tanto si verificano atti di violenza nei confronti di esseri viventi più deboli (principalmente animali, più raramente bambini), oggetto di torture, lesioni o uccisioni (RESSLER & SHACHTMAN, 1993; FÜLLGRABE, 1990, 1992; MOOR, 1991; DAVIS, 1992). Vengono commesse anche le prime infrazioni di natura criminale: furto, incendio colposo o lesioni corporali (cfr. RESSLER et al., 1985; FÜLLGRABE, 1992).

Qualora alla base di tutto questo processo evolutivo vi sia una reale motivazione aggressiva, allora esso dovrebbe essere interpretato in virtù degli schemi propri del movente dell’aggressione. Per poter trattare tale questione in modo più approfondito, è necessario partire dal principio, esaminando in primo luogo alcuni aspetti peculiari per poi ricavarne le componenti fondamentali dell’aggressione
2. Scopo dell’aggressione = vittima dell’aggressione?
Ogni azione motivata è dettata da un determinato fine. Nel caso del movente dell’aggressione, lo scopo primario consiste nel recare danno a un elemento frustrante. Qui si pone la questione relativa alle modalità di selezione delle vittime, nella maggior parte dei casi peraltro estranee all’assassino, seguita poi da quella relativa all’individuazione concreta del soggetto al quale recare danno. Qual è dunque lo scopo principale dell’aggressione?
Non può essere costituito dalle vittime vere e proprie, poiché generalmente vengono scelte dagli assassini in modo arbitrario, o piuttosto in base a parametri specifici (John Joubert, autore dell’omicidio di due ragazzi, sostenne con forte determinazione di averli conosciuti).
Chiedendo a un serial killer quale sia stato il movente concreto e, subito dopo, a chi abbia voluto realmente nuocere, oltre a "i miei familiari" (madre, consorte...) si ottengono spesso le seguenti risposte: "la società" ([Peter Kürten] aveva voluto vendicarsi dell’umanità intera, LENK & KAEVER, 1974), "tutte le donne" o "i bambini che non si sono mai sentiti al sicuro all’interno della famiglia".
Le vittime sono perlopiù di sesso femminile, più raramente bambini, di norma dello stesso colore dell’assassino e spesso coetanei (FBI, 1990), mentre gli assassini sono di sesso maschile nell’80% dei singoli omicidi (BERKOWITZ, 1994) e nel 95% dei pluriomicidi (RESSLER, 1992).

I criminali organizzati ("organized") aggrediscono principalmente estranei, scelti però in precedenza sulla base di determinati criteri quali età, aspetto, acconciatura oprofessione.
Il criminale disorganizzato ("disorganized") non opera alcuna selezione, aggredisce spesso in modo arbitrario e non ha un’idea concreta delle sue vittime: "Non è assolutamente intenzionato a conoscere chi ha di fronte e spesso tenta di annullare anzitempo la personalità della vittima, colpendola mentre è priva di sensi e coprendole o deturpandole il volto" (RESSLER et al., 1992).

David Berkowitz confessò che il movente principale dei suoi delitti (uccise 6 donne e ne ferì gravemente altre 6 nell’arco di un anno) "era la profonda avversione nei confronti della madre e sicuramente implicava anche la sua incapacità di relazionarsi con il sesso femminile in modo corretto" (RESSLER et al., 1992).
Un insegnante quarantenne, condannato per aver commesso sei stupri, dichiarò che il suo movente scaturì dal fatto "che era stato ripetutamente terrorizzato dalle sue alunne, in particolare dalle adolescenti, e quindi si era vendicato sulle vittime" (HARMS, 1992).

Gli esempi menzionati alludono a un fenomeno comunemente denominato dislocazione dell’aggressione (da BANDURA & WALTERS, 1959). Tuttavia, dal punto di vista del movente dell’aggressione, tale interpretazione non è pienamente convincente.
KORNADT (1982a) ha avanzato invece la seguente ipotesi: la riscontrata generalizzazione dell’aggressività, che concerne anche persone e situazioni in realtà innocue, non sarebbe riconducibile a una "dislocazione", bensì si suppone piuttosto uno sviluppo di schemi interpretativi cognitivi estremamente generalizzati, attivati dall’affettività e dalle molteplici esperienze vissute e interpretate in modo negativo. Presumibilmente, ciò evidenzierebbe lo sviluppo di un movente di tipo vendicativo assai generalizzato, relativo a pressoché la totalità di persone, situazioni, valori, ecc., nonché utilizzabile a piacimento a livello concreto.
"In tal modo si spiega come il processo motivazionale venga attivato concretamente nell’ambito di una situazione frustrante a opera di un elemento frustrante, ma non venga poi messo in atto. La ragione per cui l’azione non viene ancora concretizzata è costituita dai processi inibitori, caratteristici dell’individuo frustrato. Qualora poi l’aggressività occasionale sia diretta a persone affini e meno inibite dal punto di vista criminale, è necessario che tale processo copra un arco di tempo estremamente breve. È sufficiente che gli atti di violenza si manifestino in un secondo momento, affinché il modello di dislocazione non sia più valido. Inoltre, dal punto di vista motivazionale, è necessario elaborare una configurazione dello scopo dell’aggressione astratta ed estremamente generalizzata, "probabilmente nell’ottica di una diffusa ostilità nei confronti dei potenti, delle donne (4), o dell’umanità" (KORNADT, 1982a).
Il serial killer Peter Kürten, a proposito dei suoi crimini, fornì il seguente movente: "sono scaturiti da propositi di vendetta. Non ho posto tale sentimento di rivalsa sullo stesso piano della vendetta, piuttosto credo che tale risentimento sia sorto in me molti anni fa." (LENK & KAEVER, 1974).

In cosa consiste pertanto l’obiettivo del movente? Tutte le ipotesi succitate implicano un’estrema ostilità nei riguardi di un gruppo non suscettibile di un’aggressione diretta (la società, le donne...) associata al desiderio di potere, potere sugli altri e non esclusivamente sulla vittima, potere inteso quale sentimento di potenza, autocoscienza, inattaccabilità, inviolabilità. Ciononostante, l’ostilità resta la causa di fondo.
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