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VACUITA', IL VUOTO, IL NULLA, L'UNITA', L'ESSENZA...

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VACUITA', IL VUOTO, IL NULLA, L'UNITA', L'ESSENZA...

Messaggio Da Angelodiluce il Mer Gen 12, 2011 1:18 pm

VACUITA', IL VUOTO, IL NULLA, L'UNITA', L'ESSENZA...

Hsin Hsin Ming: il Libro del Nulla (Sosan)

Il terzo patriarca dello Zen descrive la Via. Un formidabile percorso di
meditazione che andrebbe ponderato gradualmente, capace di offrire
innumerevoli intuizioni.

Un non-metodo per realizzare l'inconcepibile. Rileggere "Il libro del nulla"
a più riprese e a distanza di tempo per riflettere, ma senza memorizzare.
Non si tratta di regole o indicazioni comportamentali, bensì di un
insegnamento atipico, un non- insegnamento.

La Grande Via non è difficile per coloro che non hanno alcuna preferenza.
Quando Amore e Odio sono entrambi assenti ogni cosa diviene chiara e viene
svelata. Ma fai la più piccola distinzione, e paradiso e terra saranno
infinitamente lontani. Se desideri vedere la verità non parteggiare a favore
o contro. La lotta tra ciò che uno vuole e ciò che non vuole è la malattia
della mente.

I
Quando il profondo significato delle cose non viene compreso la pace
essenziale della mente è disturbata senza alcun vantaggio. La via è perfetta
come un vasto spazio in cui nulla difetti e nulla sia in eccesso. In realtà,
spetta a noi decidere se accettare o rifiutare il fatto che non vediamo la
vera natura delle cose. Vivi né nelle trappole delle cose esterne, né nei
sentimenti interiori di vuotezza. Sii sereno senza forzare l'attività
nell'interezza delle cose e tali erronee convinzioni scompariranno da sole.
Quando provi a interrompere l'attività per conseguire la passività il tuo
stesso sforzo ti pervade di attività. Fino a che rimani in un estremo o in
un altro non conoscerai mai l'Interezza. Coloro che non vivono nella singola
Via trascurano sia attività che passività, affermazione e negazione.

II
Negare la realtà delle cose è non cogliere la loro realtà; asserire la
vanità delle cose è non cogliere la loro realtà. Più parli e pensi a ciò,
più ti allontani dalla verità. Smetti di parlare e pensare e non ci sarà
nulla che non sarai in grado di sapere.

III
Il ritorno alle origini serve a trovare il significato, ma basarsi sulle
apparenze significa lasciarsi sfuggire la causa. Al momento
dell'illuminazione interiore c'è un andare al di là dell'apparenza e della
vacuità. I cambiamenti che apparentemente avvengono nel vuoto mondo noi li
chiamiamo reali solo a causa della nostra ignoranza. Non cercare la verità;
smetti solo di avere opinioni. Non rimanere in una condizione dualistica;
evita con cura tale perseguimento.

Se vi è una traccia di questo o quello, il giusto e l'errato, la
Mente-essenza verrà persa nella confusione. Sebbene tutte le dualità
provengano dall'Unico, non avere attaccamento nemmeno ad esso. Quando la
mente esiste indisturbata nella Via, niente al mondo può nuocerle, e quando
una cosa non può più nuocere essa cessa di esistere nella vecchio modo.
Quando non sorgono pensieri discriminatori, la vecchia mente cessa di
esistere.

IV
Quando gli oggetti del pensiero svaniscono, il soggetto pensante svanisce,
poiché quando la mente sparisce, gli oggetti svaniscono. Le cose sono
oggetti a causa del soggetto; la mente è tale a causa delle cose. Comprendi
la relatività di questi due e la realtà basilare: l'unità della vacuità. In
questo Vuoto i due sono indistinguibili e ognuno di essi contiene in sé il
mondo intero. Se non fai differenza tra il grezzo e il fine non sarai
tentato al pregiudizio e all'opinione.

V
Vivere nella Grande Via non è né facile né difficile, ma coloro che hanno
punti di vista limitati sono timorosi e irrisoluti: più essi si affrettano,
più lentamente essi vanno, e l'attaccamento non può essere evitato: anche il
mostrare attaccamento all'idea dell'illuminazione significa andare fuori
strada. Semplicemente lascia che le cose siano così come sono e non vi sarà
né andare né venire. Obbedisci alla natura delle cose (la tua stessa
natura), e camminerai libero e indisturbato. Quando il pensiero è in catene
la verità è nascosta, poiché tutto è confuso ed oscuro e la gravosa pratica
del giudizio porta molestia e stanchezza.

Quali benefici possono derivare dalle distinzioni e separazioni? Se vuoi
andare nell'Unica Via non disdegnare neppure il mondo delle sensazioni e
delle idee. In verità, accettare pienamente essi è identico alla vera
Illuminazione. L'uomo saggio non si sforza per il raggiungimento di alcun
fine, ma lo stolto si ostacola da solo. Esiste un solo Dharma, verità,
legge, non molti; le distinzioni nascono dal bisogno di attaccamento degli
ignoranti. Identificare la Mente con la mente discriminante è il più grande
errore di tutti.

VI
Calma e inquietudine derivano dall'illusione; con l'illuminazione non vi è
ciò che si preferisce e cio che è sgradito. Tutte le dualità provengono da
deduzioni inconsapevoli. Esse sono come sogni di fiori nell'aria; è sciocco
cercare di afferrarli. Guadagno e perdita, giusto e sbagliato: questi
pensieri devono finalmente essere eliminati immediatamente. Se l'occhio non
dorme mai, tutti i sogni cesseranno naturalmente. Se la mente non
discrimina, le diecimila cose sono così come sono, di sola essenza.
Comprendere il mistero di questa Unica-essenza significa essere liberati da
ogni impedimento. Quando tutte le cose sono considerate imparzialmente,
l'Auto-essenza è raggiunta. Nessuna comparazione o analogia è possibile
stato privo di causa e relazioni.

VII
Considera fermo il movimento e l'immobilità nel movimento, ed entrambi gli
stati di movimento e di quiete scompariranno. Quando tali dualità cessano di
esistere l'Interezza stessa non può esistere. A tale definitiva finalità non
può applicarsi nessuna legge o descrizione. Per la mente unificata in
accordo con la Via tutte le aspirazioni provenienti dal sé finiscono. Dubbi
e indecisioni svaniscono e la vita in pura fede è possibile. Con un solo
colpo siamo liberati dalla schiavitù; niente si attacca a noi e noi non
tratteniamo niente. Tutto è vuoto, chiaro, auto-illuminante, senza l'uso
dell' energia della mente. Qui pensiero, sensazione, conoscenza e
immaginazione sono di nessun valore.

VIII
In questo mondo di Similitudine non esiste nemmeno il sé o l'altro-dal-sé.
Per entrare direttamente in sintonia con questa realtà quando i dubbi
sorgono dì semplicemente "Non due." In questo "non due" niente è separato,
niente è escluso. Non importa quando o dove, illuminazione significa
penetrare questa verità. E questa verità è al di là dell'estensione o
diminuzione del tempo o dello spazio; in essa un singolo pensiero dura
diecimila anni.

IX
Vacuità qui, Vacuità lì, ma l' universo infinito rimane sempre davanti ai
nostri occhi. Infinitamente grande e infinitamente piccolo; nessuna
differenza, poiché le definizioni sono scomparse e non si vedono limiti.
Così pure circa l'Essere e il non-Essere. Non perdere tempo in dubbi e
discussioni che non hanno nulla a che vedere con ciò. Una cosa, tutte le
cose: si muovono e si mescolano, senza distinzione. Vivere in questa
realizzazione significa essere privi di ansietà circa la non-perfezione.
Vivere in tale fede è la strada al non-dualismo, poiché il non-duale è uno
con la mente fiduciosa. Parole! La Via è oltre il linguaggio, poiché in essa
non c'è Nessun ieri Nessun domani Nessun oggi.

[tradotto dall'originale cinese da Richard B. Clarke, maestro Zen ai Living
Dharma Centers, Amherst, Massachussets e Coventry, Connecticut - tradotto
dall'inglese all'italiano da Andrea Mosca webmaster di ebooks4free.net]

Fonte: meditare.net

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SUNYATA, VACUITA' BUDDISTA

Il modo d'essere reale, lo stato naturale delle cose, l'assenza di essere in
sé e per sé o assenza di sostanzialità di un fenomeno. La vacuità non svuota
le cose del loro contenuto: ne è la vera natura. Non è il nulla, giacché le
cose appaiono in modo interdipendente. Diverse scuole filosofiche hanno dato
alla vacuità interpretazioni differenti. La dottrina del vuoto buddhista è
una delle diverse modalità con cui si articola la vacuità orientale che è
sviluppata, in forme diverse, da varie tradizioni religiose dell’Oriente. E’
anche una dottrina che attraversa il Buddhismo fin dalle origini.

I principali elementi dottrinali del buddhismo hinayana sono la Duhkha (il
dolore) e le quattro nobili verità, il Paticca samuppada (l’origine
interdipendente della realtà), Anatta (l’inconsistenza dell’io che è formato
dall’aggregazione di cinque skandha) e Anicca (l’impermanenza ontologica
della realtà). Il tema della vacuità emerge proprio nel tentativo di
puntualizzare il concetto di Anicca, come attesta il Canone Pali
-soprattutto il Majjhimanikaya -che afferma che ciò che è privo di sé e non
ha esistenza assolutamente autonoma è vuoto (sunya): ad esempio il mondo e
la rappresentazione del mondo che uno si crea.

A partire dalla nozione di Anicca - l’inconsistenza dei fenomeni - si giunge
a definire l’idea di vuoto (sunya). Nel buddhismo hinayana il tema della
vacuità emerge non dalla speculazione astratta, ma dalla necessità di
puntualizzare la dottrina. Con il passaggio al buddhismo mahayana tale tema
si amplia fino a divenire concetto fondante e espressione ontologica di ben
due scuole: la Vijnanavada e la Madhyamika. Ma soprattutto gioca un ruolo
centrale nei sutra mahayanici, in particolare nella letteratura della
Prajnaparamita. La Prajnaparamita è un corpo di testi sapienziali di diversa
lunghezza che vertono sul tema della vacuità.

Il testo più celebre di questo corpo è, senza dubbio, la Prajnaparamita
hridaya sutra, tratto dalla versione di Xuan-Zhuang. Tale versione,
recitatissima nei monasteri zen, contiene l’affermazione “ la forma è vuoto,
il vuoto è forma ”, che non va intesa come identità, bensì come l’includersi
reciproco, il coesistere di fenomeni e vacuità. La vacuità va pertanto
pensata non come un principio astratto o in qualche modo fondante, ma come
co-appartenente al fenomeno.

Secondo la letteratura della Prajnaparamita, sunyata non solo non può essere
intesa come fondamento del reale, ma soprattutto non deve essere
ipostatizzata (rappresentata concretamente), non deve trasformarsi in
principio metafisico tale da aprire una prospettiva dualistica. In tali
testi l’azione di sunyata non si limita ad annichilire il sé dei fenomeni ma
annichilisce lo stesso Dharma e lo stesso vuoto. Se leggiamo uno dei tanti
sutra che trattano di sunyata, ad esempio il Sutra della perfetta saggezza
(cfr. E. Conze, The short Prajnaparamita Texts. London, Luzac, 1973; p.
165), troviamo una elencazione di ben diciotto forme di vacuità che operano
annichilendo ogni forma di essere e di non essere, impedendo alla mente del
lettore di attaccarsi a una qualsiasi realtà definita.

•-La prima modalità è l’Adhyatma-sunyata (il vuoto interiore) e corrisponde
alla vacuità psicologica, annichilimento dei processi mentali e
dell’attività psichica dell’ego. In termini generali corrisponde alla
dottrina dell’anatman (anatta).

•-La seconda è la Bahirda-sunyata (il vuoto esteriore) e corrisponde alla
vacuità del mondo esterno, agli oggetti dei sei vijnana. Se, secondo
l’Adhyatma-sunyata, il mio ego è vuoto, analogamente tutto ciò che non è il
mio ego sarà vuoto.

•-Segue l’Adhyatma-bahirdha-sunyata che annichilisce come illusoria la
distinzione tra interno ed esterno, tra ego e non ego. Ogni punto di vista
relativo è, appunto, relativo e di per sé vuoto. La vacuità, invece, si
propone come una dottrina dell’assoluto anche se rigorosamente immanente.

•-Sunyata-sunyata (il vuoto del vuoto) è allora l’annichilimento della
vacuità stessa che rischiava di trasformarsi in una aporia -come invece
accade nel pensiero occidentale: se il nulla è il contrario dell’essere,
come è possibile che il nulla sia qualcosa? Evidentemente il nulla non può
divenire qualcosa e soprattutto non può trasformarsi in entità metafisica.
La vacuità deve a sua volta essere annichilita e dare con ciò vita agli
enti. Né il vuoto può essere pensato come uno spazio, un luogo in cui si
danno e si annullano le presenze fenomeniche.

•-Si ha allora la Maha-sunyata (il grande vuoto) con cui il Buddhismo
Mahayana demolisce l’idea tradizionale dello spazio considerato come
qualcosa di oggettivamente reale. Per la Prajnaparamita l’idea di spazio è
una semplice finzione. Come è una finzione l’idea che esista una verità
suprema.

•-Abbiamo allora la Paramartha-sunyata (il vuoto della verità suprema). Non
è possibile passare ad una idea di spazio concettualizzato in termini di
verità assoluta, cioè come un contenitore del reale. Se fosse possibile
Paramartha stessa diverrebbe una possibilità e quindi una realtà relativa e
non sarebbe più Paramartha, cioè qualcosa di assoluto.

•-Per ribadire che qualsiasi coppia di relativi è vuota proprio in nome
della sua relatività si danno Samskrita-sunyata (il vuoto delle cose create
ovvero dipendenti da una causa) e

•-Asamskrita-sunyata (il vuoto delle cose increate, come ad esempio lo
spazio). Le cose increate sono vuote perché sono rese relative dalle cose
create che sono vuote. Dopo aver ripetuto che ogni presenza fenomenica è
vuota, si torna ad affermare che anche ogni astrazione trascendente è vuota.

•-L’Atyanta-sunyata (il vuoto supremo) riprende la logica della
sunyata-sunyata. Se le cose create sono vuote, lo sono anche quelle increate
perché divengono relative. Allora se il mondo fenomenico è vuoto, lo sarà
anche quello ipotizzabile al di là dei fenomeni, perché reso relativo. In
realtà la Prajnaparamita incalza la mente del lettore per evitare che si
attacchi ad altre mitologie illusorie. Quello che è stato affermato per lo
spazio vale anche per il tempo. Se lo spazio è vuoto, anche l’eternità è
vuota. Non è possibile sostituire all’ipostasi spaziale l’idea di un
contenitore temporale realmente esistente.

•-L’Anavaragra-sunyata (il vuoto dell’illimitato) annichilisce l’idea di
eternità, anche perché è resa relativa dalla presenza del tempo. In ogni
caso nulla è perfettamente semplice: ogni fenomeno si dà come aggregato di
fattori e quindi è soggetto alla disgregazione.

•-L’Anavakara-sunyata (il vuoto della dispersione) annichilisce, da un altro
punto di vista, ogni realtà sia presente sia di altro genere.

•-Ad esempio anche Prakriti (la natura primordiale di ogni realtà
individuale) è vuoto. In altri termini con la Prakrita-sunyata (il vuoto
della natura primaria) si ha non solo la vacuità del fenomeno, ma anche la
vacuità di ciò che, usando un linguaggio proprio della nostra filosofia
medioevale, possiamo definire gli universali.

•-Oppure con la Svalaksana-sunyata abbiamo il vuoto del principio
individuale, di ciò che caratterizza ogni individuo al di là della natura
universale.

•-In fase di riepilogo la Prajnaparamita asserisce la vacuità di ogni
dharma. Sarvadharma-sunyata (il vuoto di tutte le cose) riafferma appunto
che tutto è vuoto, incluso il Dharma, il Buddha, il Sangha.

•-Tutto ha una esistenza relativa, tutto è Anupalambha-sunyata (vuoto
inaccessibile), cioè tutto è una vacuità inesprimibile da qualsiasi forma di
linguaggio e da qualsiasi categoria logica. Ciò viene sottolineato per non
confondere vacuità e nulla relativo. Ciò che hanno demolito le diverse forme
di vacuità sono solo gli accessi concettuali e illusori alla vacuità, che
esiste inaccessibile. E, visto che il discorso comincia a prendere una piega
ontologica, le ultime tre forme di vacuità affrontano questo ambito.

•-L’ Abhava-sunyata (vuoto del non essere),

•-la Svabhava-sunyata (vuoto della propria natura) e

•-l’Abhava-svabhava-sunyata (vuoto del non essere della propria natura)
esauriscono ogni possibilità al riguardo: viene negato l’essere, la
possibilità di una esistenza autonoma e la stessa opposizione tra essere e
non essere.

Fonte: ilgiardinodeipensieri.eu

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