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    L'Hatha Yoga e la Bhagavad-Gita

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    L'Hatha Yoga e la Bhagavad-Gita

    Messaggio Da Angelodiluce il Dom Dic 05, 2010 1:16 am

    L’Hatha Yoga e la Bhagavad-Gita

    Sebbene Patanjali sia comunemente ritenuto la massima autorità nel campo
    dello yoga, la Gita non solo contiene gli otto livelli del suo metodo, ma va
    molto più in profondità.

    di Satyaraja Dasa

    In base ad un’indagine del 2003 compiuta dalla Sporting Goods Manufacturers
    Association si stima che 13,4 milioni di Americani praticano lo yoga e che
    molti di più ne fanno esperienza ogni anno. Lo yoga è ovunque — da Mumbai a
    Mosca a Montecarlo, ma mentre lo yoga è fatto per portare una persona più
    vicino a Dio, molti yogi di oggi hanno scopi diversi, il più comune dei
    quali è mantenere il corpo in forma. “Non sempre sono molto dedicati alla
    spiritualità, ma vedono piuttosto lo yoga come una forma di esercizio
    fisico,” dice Jennifer McKinley, una dei fondatori e direttrice generale di
    Plank, una fabbrica di sofisticati tappetini da yoga, sostegni e altri
    accessori di alta qualità a Charleston nel Massachusetts. Fondata nel 2005,
    questa società progetta per l’anno a venire un volume di vendita che farà
    concorrenza a quello delle attrezzature per ginnastica occidentali. In un
    mondo sempre più materialistico è naturale desiderare che preziose tecniche
    antiche vengano adattate agli scopi contemporanei, ma in questo processo lo
    yoga perde la sua essenza. Lo yoga è una scienza che i saggi dell’India ci
    hanno lasciato. Letteralmente, la parola yoga significa “collegarsi” e, in
    origine, il suo significato era simile a quello della radice latina della
    parola religione, che significa “ricongiungere”. Perciò lo yoga e la
    religione hanno entrambi lo scopo di riportarci allo stesso risultato:
    collegarsi e congiungersi con Dio.

    IL MESSAGGIO INTIMO DEGLI YOGA-SUTRA

    Gli yogi di oggi potrebbero trovare interessante il fatto che secondo la
    tradizione il testo più importante per lo yoga è la Bhagavad-gita e non i
    famosi Yoga-sutra di Patanjali. La Gita però non è il vostro usuale testo di
    yoga, ricco di difficili posizioni fisiche e di intense tecniche di
    meditazione. Al contrario, essa offre una guida pratica per ottenere il
    risultato dello yoga — collegarsi con Dio — incoraggiando il canto dei nomi
    di Krishna, insegnando ad eseguire gli ordini di Krishna e spiegando
    l’importanza di compiere il proprio dovere con una coscienza spirituale.
    Queste attività, eseguite in modo appropriato sotto la guida di un adepto,
    ci permettono di evitare molto di quello che è considerato essenziale nello
    yoga convenzionale. Tuttavia tra la Gita e gli Yoga-sutra c’è armonia. Per
    esempio, sia Sri Krishna che Patanjali insegnano che si devono trascendere
    tutti i falsi concetti di “io” e sviluppare amore per Dio, e Patanjali
    chiama questo isvara-pranidhana (“devozione a Dio“). Patanjali scrisse nel
    terzo secolo dopo Cristo, ma poco si conosce della sua vita. L’unico suo
    testo rimasto, gli Yoga-sutra, sosterrebbe che l’armonia tra i corpi fisici
    e quelli mentali è molto utile nella ricerca della verità spirituale.
    Infatti, la sua realizzazione più importante è aver usato pratiche antiche
    fatte per migliorare il corpo e la mente codificandole a vantaggio degli
    spiritualisti.

    Gli Yoga-sutra di Patanjali si limitano però ad indicare le verità messe in
    luce dalla Gita, che potrebbe essere considerata lo studio di
    perfezionamento dell’opera di Patanjali. Tuttavia Patanjali riteneva il suo
    metodo adatto ad offrire il più elevato beneficio spirituale, come chiarito
    da alcuni suoi versi, specialmente da quelli finali. Nondimeno oggi molti
    praticanti di yoga usano il suo metodo esclusivamente per migliorare la
    salute fisica e mentale perché all’inizio della sua opera Patanjali si
    concentra soprattutto su metodi base relativi al corpo e alla mente, senza
    molti riferimenti spirituali. Per esempio, nel sutra 3.2 apprendiamo che
    dhyana, la meditazione, è il continuo movimento unidirezionale della mente
    verso un unico oggetto. La tecnica di Patanjali, però, può essere usata per
    concentrarsi su un oggetto qualsiasi, non solo su Dio, e sebbene egli
    indichi ai suoi lettori lo scopo dei suoi sutra — avvicinarsi a Dio — si
    potrebbe essere tentati di usare i suoi metodi per scopi egoistici, come
    egli dice successivamente nel testo. In definitiva la concentrazione su un
    unico punto è fatta per meditare su Dio, sebbene non lo sia finché non si ha
    una completa conoscenza della Bhagavad-gita che permette di imparare
    chiaramente come farlo.

    Come il professore Edwin Bryant sostiene nel suo ottimo articolo “La
    Preferenza Teistica di Patanjali, o, l’Autore degli Yoga-sutra era un
    Vaishnava?”(1) Patanjali cercava di guidare il suo pubblico eterogeneo verso
    l’adorazione di Dio, la Persona Suprema, anche se lo faceva in modo
    indiretto. Proprio come oggi, l’India di quel tempo era assediata da molte
    forme di religione; i fedeli adoravano numerosi aspetti del Supremo. Di
    conseguenza nei suoi Yoga-sutra egli optò per un approccio progressivo che
    pensava avrebbe soddisfatto il suo pubblico così vario. Tuttavia, egli
    afferma che l’oggetto finale della meditazione è Isvara, che significa
    “controllore” e che in genere si riferisce a Dio. Sebbene ci siano molti
    controllori e molte forme di Dio, la Bhagavad-gita (18.61) afferma che
    Krishna è l’isvara supremo. Anche altri testi dicono questo. Si prenda in
    considerazione l’antica Brahma-samhita (5.1):

    isvarah-paramah krisnah
    sac-cid-ananda vigrahah
    anadir adir govindah
    sarva-karana-karanam

    “Krishna, che è conosciuto come Govinda, è Dio la Persona Suprema
    [isvarah-paramah]. Egli ha un corpo eterno, pieno di beatitudine e
    conoscenza. È l’origine di ogni cosa, è senza origine ed è la causa di tutte
    le cause.”

    Patanjali consiglia ai suoi seguaci di scegliere un ista-devata, una
    divinità di loro gradimento. Il suo ragionamento è trasparente: egli cerca
    d’insegnare un metodo di meditazione e l’apprendimento di questo metodo è
    facilissimo se si pratica su un oggetto vicino al nostro cuore. Patanjali
    aveva Krishna in mente quando delineò il metodo dello yoga e il suo scopo di
    amare Dio? Per un erudito della letteratura vedica è ovvio che la risposta
    sia affermativa. Nelle parole di Edwin Bryant: Krishna è presentato dalla
    Gita come il proprietario di tutte le qualità elencate da Patanjali come
    pertinenti all’isvara, cioè essere trascendentale al karma, di una
    insuperabile onniscienza, maestro degli antenati, non toccato dal Tempo,
    rappresentato dall’om e che dà l’illuminazione. Krishna non è toccato o
    vincolato dal karma (Gita, IV.14, IX.9) e, per quanto concerne
    l’onniscienza, Egli è l’inizio, il punto di mezzo e la fine di tutto (X.20 &
    32), pervade l’universo intero con un singolo frammento di Se Stesso (X.42).

    Krishna insegnò agli antenati (qui rappresentati da Vivasvan, il dio del
    sole, che a sua volta impartì la conoscenza a Manu, il progenitore
    dell’umanità. [IV.1] Egli è il Tempo stesso (X.30 & 33; XI.32), ed è anche
    la sillaba om (IX.17). Naturalmente Krishna dà ai Suoi devoti la certezza
    che li libererà dalle trappole di questo mondo cosicché possano ottenere il
    risultato supremo (IX.30-32; X.10; VIII.58). Pertanto c’è una perfetta
    compatibilità tra l’isvara di Patanjali, che non ha un nome, e il Krishna
    rappresentato nella Gita.(2) Questo è confermato dalla tradizione dei
    commentari degli Yoga-sutra. I commentatori più importanti di Patanjali
    furono Vyasa (quinto secolo dopo Cristo (da non confondersi con il
    compilatore della letteratura vedica), Vachaspati Misra (nono secolo dopo
    Cristo), Bhoja Raja (undicesimo secolo dopo Cristo) e Vijnanabhiksu
    (sedicesimo secolo dopo Cristo). Tutti identificano l’isvara degli
    Yoga-sutra con Visnu o Krishna e dimostrano che la Bhagavad-gita esprime il
    culmine di tutta la saggezza vedica in relazione allo yoga.

    LE OTTO PARTI DELLA GITA

    La Bhagavad-gita tratta tutte le otto parti del raja-yoga, la forma di yoga
    oggi popolare come astanga yoga o hatha-yoga.(3) Per esempio yama, la prima
    parte, consiste in cinque principi etici: veridicità, continenza, non
    violenza, assenza di avidità e astensione dal rubare. Queste discipline
    fondamentali dello yoga sono citate nella Gita, come lo è niyama, la seconda
    parte, che consiste in temi come l’adorazione, la pulizia, la capacità di
    accontentarsi, l’austerità e la riflessione su se stessi. Nella Gita la
    terza parte del metodo di Patanjali, asana, è meno evidente. La parola asana
    appare raramente sulle labbra di Sri Krishna, ma quando accade si riferisce
    al “luogo dove una persona siede per le pratiche spirituali”. La Gita non dà
    suggerimenti sulle posizioni da assumere seduti, sebbene il Sesto Capitolo
    ci si avvicini. I versi 11 e 12 affermano: “Per praticare lo yoga ci si deve
    ritirare in un luogo appartato e preparare uno strato di erba kusha sul
    terreno, coprendolo poi con una pelle di daino e con un panno morbido. Il
    seggio [asana] non deve essere né troppo alto né troppo basso e deve
    trovarsi in un luogo sacro. Lo yogi deve poi sedersi immobile e praticare lo
    yoga per purificare il cuore controllando la mente, i sensi e le attività e
    concentrando la mente su un unico punto.”

    Qui Krishna usa la parola asana nel suo significato generale anziché in
    quello tecnico. Parla di come sedersi per concentrare la mente. Perdere la
    concentrazione è facile e questo è l’argomento fondamentale di Arjuna contro
    lo hatha-yoga. In effetti Patanjali stesso identifica nove ostacoli sul
    cammino: il dubbio, la malattia, la pigrizia, la pigrizia mentale, la falsa
    percezione, la mancanza di entusiasmo, l’attaccamento ai piaceri dei sensi,
    la mancanza di concentrazione e la perdita di concentrazione. I suoi
    commentatori ne elencano anche altri, compresa un’eccessiva attrazione per i
    poteri yogici, una visione errata della meditazione, un’eccessiva
    semplificazione delle otto parti dello yoga e una pratica irregolare. Tutti
    questi problemi sono riconducibili alla difficile natura del metodo di
    Patanjali e costituiscono il motivo per cui Arjuna considera l’hatha-yoga
    virtualmente impossibile, tanto che alla fine del Sesto Capitolo afferma che
    è troppo difficile. Krishna è d’accordo e dice ad Arjuna che lo yogi supremo
    è colui che pensa sempre a Dio. Gli dice inoltre che questa meditazione è il
    vero yoga, perché comporta l’uso del proprio corpo e della propria mente al
    servizio di Krishna ed è l’asana perfetto. La Gita espone inoltre il
    pranayama, o controllo della respirazione, la quarta parte. Krishna dice che
    gli yogi possono usare l’inspirazione e l’espirazione come offerte a Lui.

    Egli parla di dedicare i respiri della propria vita a Dio. Dice ad Arjuna
    che il prana o aria vitale dei Suoi devoti è fatta per Dio e che Arjuna
    dovrebbe usarla “per venire a Me”. In realtà, se una persona segue l’esempio
    di Arjuna offrendo ogni suo respiro a Krishna — parlando di Lui, cantando le
    Sue glorie e vivendo per Lui — non ha bisogno di controllare il respiro come
    presentato nei sutra di Patanjali. Respirare per Dio è l’essenza del
    pranayama. Srila Prabhupada scrive: “Anche cantare il Santo Nome di Dio e
    danzare in estasi sono da considerarsi pranayama.” (Srimad-Bhagavatam
    4.23.8, Spiegazione). La quinta parte dello yoga, il pratyahara, tratta del
    controllo dei sensi, l’argomento più importante della Bhagavad-gita. Nel
    Secondo Capitolo Krishna dice ad Arjuna che lo yogi distacca i sensi dagli
    oggetti dei sensi, “come la tartaruga ritrae le membra dentro il guscio”. Se
    considerato superficialmente, questo può sembrare un suggerimento per una
    totale rinuncia al mondo, ma non è questo a cui Krishna vuole arrivare.
    Anzi, come altri versi chiariscono, Egli ci sta insegnando a rinunciare ai
    risultati delle attività, non all’attività, e ad essere nel mondo ma non del
    mondo. In altre parole, il Suo insegnamento è centrato sul distacco dai
    propri attaccamenti agli oggetti dei sensi per il proprio piacere. Egli ci
    istruisce ad usare questi stessi oggetti al servizio di Dio. Questo è il
    vero pratyahara.

    LE PARTI SUPERIORI

    E infine arriviamo al culmine della pratica dello yoga — le ultime tre parti
    del raja-yoga: dharana, dhyana e samadhi, cioè la concentrazione, la
    meditazione e il completo assorbimento. Mentre yama e niyama sono i gradini
    preliminari, queste tre parti vengono chiamate samyama, “la disciplina
    perfetta” o” la pratica perfetta”. La Bhagavad-gita tratta ampiamente queste
    parti superiori. Per esempio Sri Krishna afferma: “Fissa la tua mente in Me,
    Dio, la Persona Suprema e impegna in Me tutta la tua intelligenza. Così
    senza dubbio vivrai sempre in Me. Mio caro Arjuna, o conquistatore delle
    ricchezze, se non riesci a fissare la tua mente in Me senza deviare, osserva
    allora i principi regolatori del bhakti-yoga [abhyasayogena]. Svilupperai
    così il desiderio di raggiungerMi.” (Bg. 12.8-9) Il metodo della coscienza
    di Krishna in pratica è dharana o concentrazione spirituale. Guardando i
    ritratti di Krishna usiamo il senso della vista per Dio; cantando ed
    ascoltando impegniamo la lingua e le orecchie; offrendo l’incenso a Krishna
    impegniamo il senso dell’odorato. Tutti i sensi possono essere utili ad
    impegnarci nel dharana, la pratica che ci porta a livelli di meditazione e
    di assorbimento molto avanzati. Il Santo Nome è particolarmente efficace a
    questo scopo.

    Questa è la ragione per cui Krishna afferma che tra le austerità Egli è
    l’austerità del japa, il canto personale, specialmente se fatto sui grani.
    Cantare è il re delle austerità perché cantando possiamo raggiungere
    facilmente il risultato dello yoga. Tutto si realizza contemporaneamente con
    la pratica del japa, perché cantando i Nomi di Dio ci concentriamo su Lui
    con la nostra voce, le nostre orecchie e il nostro senso del tatto. Il
    kirtana, il canto congregazionale, non solo ci conduce ad elevati livelli di
    assorbimento, ma impegna anche i sensi degli spettatori. Patanjali stesso
    nel sutra 1.28 propone “di cantare costantemente”. Dopo tutto l’ambivalenza
    di Patanjali può apparire fonte di confusione. Quando cita per la prima
    volta isvara-pranidhana, la devozione a Dio, la presenta come opzionale,
    mentre successivamente le dedica molta più attenzione con sei versi che
    trattano della natura di isvara. All’inizio sembra ammettere possibilità di
    variazioni per l’oggetto della meditazione (1.34-38), ma alla fine consiglia
    allo yogi di concentrarsi su isvara, che con le parole di Patanjali è la
    “speciale anima suprema” che sola può concedere il samadhi, la perfezione
    dello yoga.

    Nel sutra 3.3 Patanjali afferma che il samadhi si realizza quando l’oggetto
    della meditazione appare nel più profondo del tuo cuore senza che niente
    possa competere con esso o distrarti da esso. Allora non hai nessun altro
    interesse, come se la tua natura intrinseca perdesse significato. La
    Bhagavad-gita lo chiarisce meglio. Nel samadhi la tua natura intrinseca non
    perde significato. Anzi, ne assume uno nuovo: vedi te stesso in relazione a
    Krishna. Ora tu sei un Suo devoto; Egli è il centro della tua vita. Questo
    stato di perfetto e totale assorbimento si chiama coscienza di Krishna.

    Satyaraja Dasa, discepolo di Srila Prabhupada, collabora costantemente a
    BTG. Ha scritto più di venti libri sulla coscienza di Krishna e vive vicino
    a New York City.

    NOTE:
    1. Edwin F. Bryant, “La Preferenza Teistica, O l’Autore degli Yoga-sutra era
    un Vaishnava?” nel Giornale di Studi Vaishnava, Volume 14, Numero 1 (autunno
    2005).
    2. Ibid.
    3. Questo è stato messo in evidenza dal mio amico Graham Schweig, professore
    di religione all’Università Christopher Newport in Virginia. Gran parte del
    materiale per l’articolo sulle otto parti dello yoga proviene da sue
    interviste e conferenze.

    I QUATTRO YOGA

    Nel diciottesimo capitolo della Gita Krishna riassume vari tipi di yoga. In
    sostanza ce ne sono quattro: il raja-yoga, che riguarda le posizioni sedute,
    il controllo del respiro e la meditazione, oggi popolare nella forma di
    hatha-yoga. Il bhakti-yoga è lo yoga della devozione, il karma-yoga lo yoga
    dell’azione disinteressata e il jnana-yoga lo yoga della conoscenza. Anche
    se i percorsi sono diversi, lo scopo fondamentale è lo stesso: realizzare
    che Dio è il centro del nostro essere e che la vita è fatta per dedicarsi al
    Suo servizio. Lo yoga in tutte le sue varianti cerca di portare colui che lo
    pratica al di là dell’usuale identificazione con il corpo e la mente,
    situandolo nella trascendenza. Perciò Patanjali codificò un metodo con cui
    poter dominare i sensi e che alla fine porta a raggiungere lo scopo dello
    yoga. Il suo metodo è un tipo di raja-yoga, ma gli altri tipi di yoga sono
    più diretti perché favoriscono la relazione e perfino l’intimità con Dio. E
    fra tutti gli yoga, il bhakti-yoga è il migliore perché pone coloro che lo
    praticano in un’immediata relazione con Dio nella Sua più elevata forma
    personale, Krishna, raggiungendo così in modo facile e naturale lo scopo
    dello yoga.

    (Tratto da Ritorno a Krishna) bbtitalia.com

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