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Sull'Equanimità

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Sull'Equanimità

Messaggio Da Angelodiluce il Mer Nov 10, 2010 8:24 pm

Sull’Equanimità

di Shriman Matsyavatara Prabhu

da www.matsyavatara.com

Bhaktivedanta ashrama, 15 marzo 2010

Rincorrere il piacere e rifuggire il dolore sono atteggiamenti che vanno
entrambi evitati. Non dobbiamo dipendere né dal bene né dal male di questo
mondo. Ciò è confermato nello shloka II.50 della Bhagavad-gita: chi è
connesso al Signore, al proprio centro spirituale, non è più condizionato da
piacere o dolore. Il saggio è equanime, non perde la sua consapevolezza
spirituale o il suo equilibrio di fronte agli eventi della vita, siano essi
piacevoli o dolorosi, sia che riceva complimenti o che venga coperto di
insulti. Non si euforizza né si deprime: rimane centrato nel sé e per questo
è prossimo alla liberazione (Bhagavad-gita II.55).

Pensate a Cristo: le folle lo seguivano, poi Giuda lo vendette ai sacerdoti
del Sinedrio e le folle lo abbandonarono, tant'è che quando alla gente
chiesero chi avrebbero dovuto liberare e sottrarre alla crocifissione, se
Cristo o l'assassino Barabba, la gente scelse Barabba. Ma Cristo anche nella
crocifissione fu grande per la sua equanimità: “Padre, perdonali, perché non
sanno quello che fanno”.

Nel dodicesimo capitolo della Bhagavad-gita Krishna spiega chi è il devoto a
Lui più caro: colui che è equanime, che non si esalta per il successo né si
deprime per l'insuccesso, che non è invidioso di nessuno, che è di tutti un
amico benevolo, che non turba gli altri e dagli altri non è mai turbato. Il
bhakta, a prescindere dagli eventi e dal comportamento altrui, agisce sempre
per il bene di ogni essere e sempre più desidera espandere questo bene, fino
all'ultimo istante di vita nel corpo e anche oltre.

Quando nel 1965 Shrila Prabhupada arrivò in America era uno sconosciuto, non
aveva nessun seguace né soldi, nessun mezzo a disposizione. Dieci anni dopo
decine di migliaia di sostenitori avrebbero dato la vita per lui e sarebbero
arrivate innumerevoli risorse. Ma Shrila Prabhupada era sempre lo stesso di
dieci anni prima: praticava lui per primo quei principi spirituali che con
umiltà, purezza e amore continuava a diffondere.

Non può esserci che sofferenza in questo mondo per chi non diventa equanime
di fronte a successo o fallimento, al piacere o al dolore. Solo chi è libero
da attaccamenti e repulsioni, potrà impostare bene la propria azione,
modellandola a seconda delle circostanze e sempre avendo come scopo
l'evoluzione, propria e altrui, e il ricongiungimento a Dio.

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