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La Tavola Alchemica

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La Tavola Alchemica

Messaggio Da Angelodiluce il Lun Ott 25, 2010 9:22 am

"Non possiamo avere il vero senza il falso;
riconosciamo un'immagine vera attraverso
un sottile senso delle illusioni, attraverso la
percezione che ci stiamo ingannando. La
complicazione del cuore è il suo battito
doppio, una sincope echeggiante; oppure è
il suo muro interiore, uno specchio a due
facce che ci consente di prendere 'a cuore'
le speculazioni riflessive, e di immaginarle
ancora" (James Hillman 'L'anima del mondo
e il pensiero del cuore', Garzanti, Milano
1993).
Un errore grossolano che possiamo
riscontrare in molti interventi attorno
all'alchimia, è il discorrere attorno al
simbolo alchemico, e al rinvenimento dello
stesso in alcune opere dell'ingegno umano
quali l'architettura, la pittura e la scultura.
In quanto sussiste una profonda differenza
fra una lettura alchemica di un simbolo, e il
simbolismo alchemico. La prima
presuppone che un alchimista o un
conoscitore di questa Arte, che vuole
realizzare la Grande Opera nelle sue opere
intermedie e necessarie, dia una lettura di
un particolare artistico o intellettuale come
se esso fosse raccolto all'interno di una
tavola alchemica, mentre il simbolismo
alchemico altro non è che la logica
progressione narrativa del procedimento
alchemico.
L'aspetto fondamentale della narrazione
alchemica, su cui torneremo in seguito per
meglio precisare cosa mai si possa e si
debba intendere con essa, non si vela e
rivela attraverso il simbolo inteso come
entità individuale, ma attraverso la tavola
alchemica. In generale, attorno al simbolo,
possiamo sicuramente affermare che esso
si manifesta tramite una forma e un
contenuto. Quando esso è
decontestualizzato del corpo tradizionale o
operativo in cui è o dovrebbe essere insito,
o in alternativa è avulso il lettore dello
stesso da tali insiemi, esso altro non è che
una forma che si pone ad una lettura

esterna, superficiale, piana, e prospettica.
Quando invece si verifica la compresenza
della saldezza di ciò che viene letto, e di chi
legge, all'interno di un insieme operativo e
tradizionale il simbolo perde il suo
significato di esercizio dialettico attributivo,
per assumere un significante univoco e
caratterizzante.
Da tale assunto discende che ogni volta che
ci imbattiamo in un'espressione simbolica, è
possibile attribuire ad essa una molteplicità
di significati, ma se da un lato essi sono
tutti ricevibili in una chiave puramente
discorsiva, nessuno di essi ha la possibilità
di coglierne la reale essenza in quanto è
frutto di un procedimento puramente
logico, puramente esterno. Inoltre
dobbiamo considerare, che non di rado tale
sforzo e sfoggio dialettico investe
espressioni grafiche, letterarie e scultoree
che non hanno nessun intendimento che
non la bellezza dell'arte. In quanto la
profanità non solo è l'esclusione da un dato
ambito, ma è anche il pretendere di essere
addentro ad un determinato ambito.
La narrazione alchemica non deve essere
intesa come il tentativo degli alchimisti di
parlare al mondo esterno, perché se così
fosse non si comprenderebbe come mai in
molti trovano le tavole alchemiche oscure,
ermetiche, criptiche. Essa non è
divulgazione, in quanto non dobbiamo
considerare gli alchimisti come benemeriti
spiritualisti al servizio dell'umanità, o
membri di qualche associazione
assistenziale, o benemeriti iscritti ad un
gruppo di ascolto. Bensì degli argonauti
dello spirito e della materia che tramite un
procedimento hanno come pretesa quella di
mutare l'oggetto del loro agire da uno stato
all'altro.
Del resto si converrà che sussiste una certa
ed evidente differenza fra l’interrogarci
attorno al singolo simbolo, ed avere come
piano di sollecitazione l’intera tavola
alchemica. Nel primo caso siamo come colui
che da una fugace vista del cielo stellato
cerca di tracciare una mappa, nel secondo
come colui che dalla mappa del cielo
stellato cerca di tracciare la propria

posizione.
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