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I CRISTIANESIMI PERDUTI

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I CRISTIANESIMI PERDUTI

Messaggio Da Angelodiluce il Gio Set 30, 2010 12:49 am

L’opera di Barth D. Ehrman, I cristianesimi perduti. Apocrifi, sette ed
eretici nella battaglia per le Sacre Scritture, Roma, Carocci, 2005
(edizione originale Lost Christianities, Oxford, Oxford University Press,
2003) appartiene a quei saggi che si pongono a metà fra la manualistica
accademica e la divulgazione. Esso senz’altro non pretende d’aggiungere
novità sostanziali a quanto è stato in precedenza riscontrato dagli studiosi
del cristianesimo antico, specie di quello primitivo, ma offre però il
vantaggio di una panoramica sintetica sui cosiddetti “cristianesimi perduti”

Con tale espressione questo studioso designa le forme di cristianesimo che
comparvero in alternativa e competizione alla corrente maggioritaria, prima
di venire sconfitte e scomparire gradualmente. L’esistenza di una pluralità
di cristianesimi nel mondo antico è sempre stata nota, essendo numerose
credenze “eterodosse” affrontate e contestate nella Patristica dai
polemisti cosiddetti “eresiologi”. Tuttavia, è soltanto con la ricerca
archeologica moderna che si è giunta a recuperare un gran numero di testi
sacri di queste correnti, il che ha permesso di meglio ricostruirne il
pensiero, anche se l’apporto dei Padri della Chiesa rimane fondamentale
nella loro conoscenza e comprensione.
L’opera di Ehrman si ripartisce in due parti principali, dedicate
rispettivamente alla presentazione dei testi apocrifi, esclusi quindi dal
canone poi impostosi in ambiente "ortodosso”, ed alla storia e dottrina d’alcuni
dei principali “cristianesimi perduti”, ebionita, marcionita e gnostico.

La letteratura cristiana apocrifa è notoriamente amplissima e comprende
Vangeli, Atti, Lettere, Apocalissi, scritti sia nell’ambiente “ortodosso”,
sia in quello “eterodosso”. Ehrman ne offre una rapida sintesi, per poi
soffermarsi su alcuni dei testi storicamente più importanti. Una disanima
approfondita del loro contenuto teologico e dottrinale travalica le
possibilità ed i limiti impostisi da questo storico, il quale si concentra
piuttosto sulla loro datazione e collocazione, ovvero sulla loro genesi
storica, che viene ricostruita nelle linee essenziali. Egli in questo segue
le convinzioni quasi unanimi degli storici e filologi specialisti del
proto-cristianesimo: gli apocrifi sono tutti posteriori ai testi canonici e
risultano inoltre degli pseudo-epigrafi, venendo quindi attribuiti a dati
autori che in realtà non li hanno composti. [1]

Questo saggio tratta anche della lunga e travagliata creazione del canone
all’interno della Chiesa “ortodossa”, che dura in pratica dal II al IV
secolo e che vede sia contrasti fra le varie forme di cristianesimo, sia
tensioni all’interno della sua forma “ortodossa” maggioritaria. Ehrman forse
non rimarca a sufficienza come il primo vero e proprio canone cristiano sia
stato proposto dall’ “eterodosso” Marcione e per di più abbia totalmente
escluso l’intero “Vecchio Testamento”.[2] La polemica anti-marcionita ebbe
la sua parte nella costituzione di un preciso canone ortodosso, che
comunque ancora al concilio di Nicea non era rigidamente definito. Alcuni
testi però furono accolti quali divinamente rivelati sin dal principio (in
pratica, i quattro vangeli oggi canonici e l’Apocalissi di Giovanni), mentre
invece altri pur fornendo dei contributi teologici od anche dogmatici all’ortodossia
furono infine esclusi: è il caso, fra gli altri, del Vangelo di Giacomo, in
cui compaiono elementi dottrinali assenti nei canonici ma accolti dalle
chiese romana e greca, quali Gioacchino ed Anna genitori di Maria, Giuseppe
presentato come un vedovo anziano, la grotta come luogo di nascita di Gesù
ecc.

Ehrman parlando dei “cristianesimi perduti” si concentra esclusivamente
sugli ebioniti, marcioniti e gnostici, evitando di trattare di molte altre
correnti dell’eterodossia cristiana antica, come i montanisti, gli
encratiti, il monarchianesimo ecc. Il giudizio sui caratteri opposti di
ebioniti e marcioniti è senz’altro ineccepibile, poiché questo studioso ben
coglie il contrasto esistente riguardo al rapporto del cristianesimo con il
giudaismo da una parte, l’ellenismo dall’altra, cosicché mentre gli ebioniti
di fatto pretendono di ridurre la nuova religione a quella giudaica
(respingendone fra l’altro l’universalismo), i marcioniti invece vogliono
respingere integralmente ogni eredità ebraica. Il cristianesimo “ortodosso”
al contrario tenterà una conciliazione fra Gerusalemme ed Atene e non solo,
attingendo nella propria costruzione ad una molteplicità di culture, incluse
quelle vicino-orientale e romana.

È invece criticabile la presentazione offerta dello gnosticismo. Il
cristianesimo gnostico continua ad essere oggetto di discussione fra gli
studiosi, divisi fra coloro che ne presuppongono un’origine pre-cristiana,
condizionata dal pensiero iranico [3] e chi invece suggerisce che si tratti
di una forma di “ellenizzazione acuta” del cristianesimo stesso [4]. Ehrman
in fondo abbraccia la seconda tesi, ma in ogni caso la sua descrizione della
gnosi presta il fianco a diverse contestazioni e non rende ragione dell’intensità
del dibattito storiografico sviluppatosi su questa eresia antica. Inoltre,
la visione ehrmanniana dello gnosticismo appare in una certa misura
condizionata dalle opere di E. Pagels, che hanno acquisito una certa
popolarità nell’ambiente intellettuale americano ma sono alquanto
discutibili o francamente inaccettabili.

Lo studioso americano tenta anche di presentare una storia della concezione
dell’eresia, inserendo un excursusdi storia della storiografia, partendo sin
da Hermann Reimarus e passando per Ferdinand C. Baur, Walter Bauer per poi
giungere alla riflessione contemporanea. La selezione degli autori
presentati, che beninteso non si limitano a quelli sopra citati, non appare
però sufficiente a ricostruire la disputa per una definizione di “eresia”
ed appare elaborata tenendo conto in misura preponderante della cultura
protestante ed anglosassone. Una sintesi più adeguata avrebbe dovuto invece
tentare di ripercorrerne la storia sin dalle origini patristiche ed all’interno
delle varie chiese cristiane, anche se certo una tale operazione avrebbe
richiesto una monografia specifica.

Ehrman infine tenta di rispondere al quesito, tanto classico quanto
contestato, su “che cosa sarebbe successo se”. Tale interrogativo quando
viene applicato a vicende storiche abitualmente, per non dire sempre, non
consente risposta. Nel caso in questione, la dissertazione che ne segue ha
comunque il merito di meglio far risaltare le diversità fra le varie
correnti cristiane antiche.

L’opera I cristianesimi perduti si può giudicare quale un testo che offre un
panorama d'insieme, utile per cogliere nel suo complesso il clima culturale
del proto- cristianesimo e della letteratura apocrifa, anche se certo per
ognuno dei singoli temi trattati risulta preferibile l’amplissima
letteratura specialistica su di essi esistente.

Note

1] La distinzione fra testi canonici ed apocrifi ha naturalmente un
fondamento teologico e non “scientifico”, essendo nata in ambito
ecclesiastico per distinguere i libri giudicati divinamente ispirati dagli
altri che, pur pretendendo d’avere un contenuto sacrale, ne sono ritenuti
privi. Tuttavia, si noti che la maggioranza degli studiosi accademici che
hanno esaminato la figura di Gesù di Nazareth risulta, almeno dai tempi di
Renan, costituita da laici, i quali però hanno ritenuto inattendibile la
variegata letteratura apocrifa anche per la ricostruzione dell’esistenza e
degli insegnamenti del Nazareno. Essi infatti presentano accentuati tratti
favolistici o mitologici, chiaramente influenzati dalla cultura
greco-orientale, ed inoltre sono stati redatti in ambienti lontani
cronologicamente e persino geograficamente dalla ristretta cerchia dei
testimoni originari della vita di Gesù. A prescindere da considerazioni
teologiche, gli scritti cristiani giudicati attendibili per un esame
storico della vita e dottrina di Gesù sono per gli stessi studiosi laici i
vangeli canonici.

2] Non è senza interesse il fatto che il grande studioso protestante von
Harnack, il grande esponente della cosiddetta “teologia liberale”, abbia
proposto in conclusione alla sua capitale opera su Marcione d’espellere l’Antico
Testamento dai testi canonici, con ciò in pratica riportando in vita il
marcionismo a distanza di oltre 1500 anni dalla sua scomparsa. A. von
Harnack, Marcion: Das Evangelium von fremdem Gott, Leipzig 1924

3] È la teoria della vecchia scuola storico-religiosa di Göttingen di
Bousset e Reitzenstein. Essa si basa sulle analogie e somiglianze fra il
pensiero gnostico cristiano ed i dualismi anteriori, specie quelli presenti
nel mondo iranico.

4] È probabilmente l’ipotesi più forte, avanzata già dal von Harnack e
riproposta con grande dovizia di materiale ed argomentazioni da S.
Pétrement, Le Dieu séparé: les origines du gnosticisme, Paris 1983. Tale
posizione è accolta anche da Giovanni Filoramo nell’eccellente L’attesa
della fine. Storia della gnosi, studio di sintesi sulla gnosi cristiana. Si
è fatto notare come non esista nessun testo gnostico anteriore alla seconda
metà del II secolo dopo Cristo e che le stesse opere ritrovate a Nag
Hammadi, inizialmente accolte quale conferma dell’origine pre-cristiana
dello gnosticismo, ad una più attenta analisi hanno mostrato alle proprie
spalle una complessa storia redazionale difficilmente compatibile con tale
ipotesi.
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