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    Impermanenza, insostanzialità e sofferenza del samsara

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    Impermanenza, insostanzialità e sofferenza del samsara

    Messaggio Da Angelodiluce il Lun Set 06, 2010 7:53 pm

    Impermanenza, insostanzialità e sofferenza del samsara

    di autore sconosciuto

    Nel Samsanra, l'esistenza materiale e mentale (cioè, ogni oggetto esistente
    : cose, persone, esseri, fenomeni, situazioni) è l'interazione di una
    pluralità di forze o eventi o elementi, i quali sono tutti ulteriormente
    analizzabili, detti "dharma". Essi sono impermanenti, attivi, condizionati,
    ossia soggetti a nascita e distruzione. Il processo del mondo è pertanto un
    processo di cooperazione di vari tipi di dharma : tutto è combinazione di
    qualche cosa, di condizioni, che si uniscono e poi si separano di nuovo,
    senza per questo avere natura ed essenza proprie. E' dall'impermanenza
    (anitya) che derivano le altre due caratteristiche dell'esistenza :
    insostanzialità (anõtman) e sofferenza (duhkha).

    IL DIVENIRE E LA TRANSITORIETA'.

    I dharma dunque sono manifestazioni momentanee, lampeggiamenti effimeri che
    durano soltanto per un momento singolo, dato che scompaiono non appena sono
    comparsi, per essere seguiti da un'altra esistenza nel momento seguente.
    Come i dharma sono separati nella dimensione spaziale (non essendo legati
    l'un l'altro da nessuna sostanza onnipervadente), altrettanto avviene nella
    dimensione temporale :

    due momenti non possono unirsi, quindi non c'è durata reale, non c'è tempo
    aldifuori del momento. Un elemento è perciò simile ad un punto
    spazio-temporale.

    Impressionato dalla transitorietà e dall'incessante mutazione e
    trasformazione delle cose, Sakyamuni Buddha considera tutti gli oggetti e
    fenomeni della natura quali forze, movimenti, sequenze e processi, adottando
    così una concezione dinamica della realtà. Il mutamento, il divenire, è la
    stoffa stessa della realtà :

    qualunque cosa abbia una causa deve perire, perchè contiene in se stessa
    l'implicita necessità della dissoluzione.

    Nel mondo non vi è nè permanenza nè identità. Non vi è nulla di stabile, di
    duraturo e di permanente : il sole e la luna sorgono e poi tramontano, il
    giorno è seguito dalla notte, le stagioni si alternano senza posa. Il ricco
    diventa povero e il povero ricco, l'amico diventa nemico e viceversa. Tutto
    cambia, d'ora in ora, di minuto in minuto, d'istante in istante, come il
    corso d'una cascata che - benchè ci appaia sempre uguale - è tuttavia in
    continuo cambiamento, poichè l'acqua vi si rinnova incessantemente e non una
    goccia resta al suo posto.. Impermanenza significa che tutti i fenomeni
    (cose, esseri, sensazioni, emozioni, pensieri, situazioni) sono soggetti a
    nascere, durare un certo tempo e passar via o sparire. Ogni cosa esistente è
    un insieme di elementi in relazione tra loro, transitori e soggetti ad un
    continuo cambiamento. Tutto ciò che ha inizio, ha fine.

    L'impermanenza è appunto questo processo di continua creazione e distruzione
    dei fenomeni. Essa ha due aspetti :

    grossolano : è la cessazione, morte o scomparsa dei fenomeni ;

    1 'Momento' è convenzionalmente la più piccola particella di tempo
    concepibile.

    2 Quando il cambiamento cessa è la fine: l'acqua che scorre è pulita e
    limpida, quando smette di scorrere stagna ed imputridisce.

    . sottile : è la continua trasformazione dei fenomeni, istante per istante.
    Senza impermanenza, la vita non sarebbe possibile : un seme di grano non
    potrebbe crescere, un bambino non potrebbe diventare adulto, non si potrebbe
    cambiare un certo tipo di governo.

    E' errato pensare che Bergamo esista oggi come l'anno scorso, così come
    sarebbe sbagliato credere che io sia oggi lo stesso di quando ero nel ventre
    di mia madre. E tutto ciò che esiste, ineluttabilmente finirà : i mondi
    verranno distrutti dal fuoco, dall'acqua e dall'aria e gli esseri moriranno.
    Ciascun dharma infatti viene influenzato simultaneamente da 4 forze
    (saËskõra) differenti, che sono quelle

    . della genesi (utpõda), nascita o produzione ; . della conservazione o
    mantenimento (sthiti) ; . del decadimento (jarõ) ; . della distruzione
    (anityatõ), morte od estinzione.

    Queste forze influenzano - sempre insieme e contemporaneamente - ognuno dei
    suddetti elementi (dharma) in ogni momento della sua esistenza.

    Anche la nostra personalità, il nostro io, la nostra individualità non è un
    fatto reale ed ultimo, bensì solo un nome, che copre una moltitudine (un
    flusso) di elementi psicofisici (dharma) interconnessi e in relazione tra
    loro - non limitati alla vita presente ma radicati in esperienze passate e
    proiettati in quelle future. L'individuo è solo una combinazione di forze od
    energie psico-fisiche, che mutano continuamente, definibili in 5 gruppi o
    aggregati (skandha) :

    -la materia fisica -l'aggregato delle sensazioni -l'aggregato delle
    percezioni o discriminazioni -l'aggregato delle strutture mentali
    -l'aggregato della coscienza

    che operano in modo condizionato ed interdipendente (pratútyasamutpõda). I
    termini "io" o "individuo" sono solo nomi dati convenzionalmente alla
    combinazione di questi aggregati, che in un determinato momento si trovano
    ad esistere. Tale io è condizionato, soggetto a cambiamento, perituro e
    impermanente e, di conseguenza, insoddisfacente. Quando i 5 skandha operano
    insieme nasce l'idea di "io", a cui l'uomo si aggrappa per avere sicurezza,
    ma essa è falsa perchè non c'è nulla aldilà del fatto che questi aggregati
    operino insieme.

    Del resto, tutta la realtà fenomenica è un complesso di fattori
    interdipendenti e condizionati aldilà dei quali non c'è nulla : nessuna
    sostanza si nasconde dietro la generazione (o produzione), la mutazione (o
    cambiamento) e la distruzione (o cessazione) di un fenomeno. Tutto ciò porta
    alla legge di produzione interdipendente (pratútyasamutpõda) : non c'è una
    causa prima nè una sostanza inerente, e i fenomeni esistono non in quanto
    cose ma in quanto avvenimenti : a determinate cause e condizioni
    corrispondono determinati effetti, a loro volta causa e condizione di altri
    effetti in una catena ininterrotta.

    Ma come avviene che in questo divenire senza inizio nè fine giungiamo ad
    immaginare cose piuttosto che processi ? ciò càpita perchè chiudiamo gli
    occhi davanti alla successione degli eventi : il che pratica dei tagli
    nell'incessante corrente del mutamento e li denomina "cose". La vita non è
    una cosa, nè uno stato, ma un continuo movimento e mutamento : nulla è ora
    lo stesso di come era un attimo fa.Il nostro stesso "io" è un complesso di
    sensazioni, idee, pensieri, emozioni e volizioni in continua trasformazione
    ed evoluzione. Un fenomeno si presenta istantaneamente e dà luogo ad un
    altro, così come un pensiero ne fa sorgere un altro.

    Come non riusciamo a distinguere la trasformazione della panna in burro,
    così non siamo in grado di percepire il fluire costante degli oggetti che
    compongono il tutto.

    Una cosa non è altro che una serie di stati, il primo dei quali viene
    considerato come causa del secondo, perchè sembrano della medesima natura.
    L'apparente identità fra un momento e l'altro consiste in una continuità di
    momenti, sempre diversi : ma lo spettatore crede erroneamente che l'universo
    sia un'esistenza permanente - proprio come un bastone ardente, agitato in
    circolo, produce l'apparenza di un cerchio completo ; o come la proiezione
    di un film, pur avvenendo con interruzioni (24 immagini al secondo), alla
    nostra retina sembra avvenire con continuità1. Che cosa ci insegna
    l'impermanenza.

    L'impermanenza porta il praticante a creare un atteggiamento mentale diverso
    dal consueto. Innanzitutto, quando consideriamo l'impermanenza, apprezziamo
    di più le cose e le situazioni : una stella cadente è molto bella perchè il
    tempo in cui la possiamo vedere è brevissimo ; anche il tramonto è bello
    perchè non dura tutto il giorno.

    Ma l'impermanenza ci insegna soprattutto a guardare le cose e le situazioni
    così come sono, senza sviluppare sentimenti di attaccamento o di avversione.
    Noi soffriamo non perchè l'impermanenza sia di per sè sofferenza, ma perchè
    non riusciamo ad accettare che le cose cambino. Nel nostro desiderio di
    stabilità, ci riteniamo traditi quando ci accorgiamo che il saËsõra è un
    complesso di fenomeni in continua evoluzione, che non ci è possibile
    controllare completamente e nel quale non si trova una realtà ultima dotata
    di una natura permanente ed immutabile in cui possiamo confidare.

    Secondo l'opinione corrente, la permanenza dà sicurezza, l'impermanenza no.
    Pensiamo che cambiamento equivale a perdita e sofferenza : vogliamo
    disperatamente che tutto continui così com'è. In realtà, invece, l'unica
    cosa durevole è paradossalmente proprio l'impermanenza. E la nostra lotta
    per trattenere le cose così come oggi sono non solo è impossibile, ma -
    ironicamente - ci provoca proprio quella sofferenza che vogliamo evitare.
    L'errore sta nel fatto che - per essere felici - ci afferriamo a ciò che è
    per natura inafferrabile2. Invece di aggrapparci disperatamente alle cose e
    tenerle strette dovremmo imparare ad allentare la presa e a lasciar andare :
    accettiamo l'impermanenza, gustando nello stesso tempo la vita senza
    possessività : col tempo, avverrà una trasformazione nel nostro modo di
    vedere le cose.

    L'insegnamento buddhista sull'impermanenza e sul non-sè è una chiave per
    considerare le cose per quelle che sono : la povertà non è meno transitoria
    della ricchezza, la stupidità non lo è meno della saggezza. Una tale visione
    ci libera dall'attaccamento alle cose del mondo e ci infonde il coraggio di
    affrontare - senza avversione - gli inevitabili cambiamenti che intervengono
    nella vita : dalla perdita della giovinezza (e della vita stessa) ai
    mutamenti legati agli affetti, al lavoro, alla salute.

    1 In realtà, il mondo è come il susseguirsi dei fotogrammi di una pellicola
    cinematografica : non c'è nessuna sostanza che abbia una durata ; e gli
    elementi non mutano, ma scompaiono. Ne consegue la negazione del movimento :
    un elemento non può muoversi, poiché scompare non appena è apparso e quindi
    non c'è tempo perché possa muoversi. In effetti, quello che chiamiamo
    movimento è una serie di manifestazioni separate o lampeggiamenti che
    sorgono contiguamente l'uno all'altro, cioè apparizioni consecutive di nuovi
    elementi in nuovi posti. Tale divenire non esclude però l'impressione di una
    durata o continuità che - in realtà - non esiste.

    2 E' impossibile possedere le cose (o le situazioni) perché queste ci
    fuggono in virtù della transitorietà e dell'impermanenza. E chi crede di
    riuscirci, si illude come colui che tenta di fermare il tempo spaccando
    l'orologio. Comprendere l'impermanenza porta ad accettare il presente :
    quello che sappiamo è di essere "qui ed ora", la nostra consapevolezza
    riguarda il momento presente, senza dar spazio e proiezioni per il futuro e
    senza "ricamare" sui ricordi del passato. E siccome è sempre il momento
    presente, accettare il presente significa accettare la vita.

    LA CAUSALITA'. Per rendere ragione della continuità del mondo in mancanza di
    un substrato permanente, ci si deve basare sulla legge della causazione
    (pratútya-samutpõda). I dharma sono elementi separati ma connessi tra loro :
    questa interconnessione però non deriva da una sostanza che si estenda nello
    spazio e che duri nel tempo, bensì in virtù del rapporto di causalità.
    Causalità significa che l'origine di una cosa è in dipendenza di un'altra, e
    quindi si risolve tutto in un procedimento, in un divenire (fisico o
    psichico). Nel flusso della vita e nel vortice del mondo non vi è alcun
    centro di realtà nè alcun principio di permanenza : non vi è nel mondo alcun
    essere immutabile ed auto-esistente, bensì soltanto il divenire. In tale
    stato di cose, la realtà suprema è la legge del cambiamento, cioè la
    causalità.

    Se non c'è persistenza nè continuità, vi è - di contro - successione e
    causalità : una morte produce (e non può non produrre) una nascita, in
    relazione alla legge di causalità, e la nascita non può che esser l'altra
    faccia di una morte. Nulla si perde, nulla si crea sia nella natura fisica
    sia nel piano psichico, mentale, spirituale. Il processo del mondo è
    pertanto un processo di cooperazione tra i vari tipi di elementi sottili ed
    effimeri : questa attività di cooperazione è controllata dalle leggi di
    causalità.

    Ad es., una relazione causale tra i dharma è quella che si ha quando il
    momento seguente è proprio lo stesso di quello trascorso, evocando pertanto
    nell'osservatore l'idea di durata ; in altre parole, il passato è visto come
    causa di omogeneità tra momenti consecutivi. Un altro esempio è la relazione
    di causalità simultanea o reciproca, che lega la mente ai fenomeni mentali :
    il citta (mente) non appare mai senza essere contemporaneamente accompagnato
    dai caittadharma (fattori mentali). In un mondo dove tutto passa e non si
    concepiscono sostanze, l'Assoluto non può essere che considerato come
    "legge", cioè come la legge universale e sovrana della causalità : l'Essere
    è il procedimento (governato da tale legge) del divenire che in ogni momento
    si distrugge e di nuovo si ricrea.

    L' INSOSTANZIALITA'. Se ogni fenomeno è transitorio, vuol dire che è privo
    di una qualsiasi essenza, sostanza o identità inerente. Quindi, i dharma non
    esistono come realtà ultime, assolute, come vere sostanze.

    a) Non vi è nessuna vera sostanza oltre i dati sensoriali (r¾pa) : aldilà di
    essi non c'è assolutamente nulla a cui poter attribuire il nome di sostanza
    materiale. Un tavolo, un libro, ecc. sono finzioni verbali ed empiriche
    perchè ogni oggetto materiale non è che uno spazio immenso popolato da atomi
    separati da distanze relativamente fantastiche in rapporto alle loro
    dimensioni. A loro volta, gli elettroni, i protoni e le particelle
    subatomiche che compongono gli atomi possono unirsi ed annientarsi l'un
    l'altro, risolvendosi in un'energia che si trasforma ad ogni frazione di
    secondo : attrazioni e repulsioni determinano diversi equilibri ;

    b) analogamente, non c'è nessuna vera sostanza spirituale (o anima) oltre
    gli elementi mentali (idee, volizioni, sensazioni affettive, ecc.). Infatti,
    anche la coscienza è un complesso costituito da fuggevoli stati mentali.
    Ognuno di essi, una volta passato, non ritorna e non è assolutamente
    identico a quello che era prima. Questi stati cambiano continuamente, ma noi
    - che siamo oscurati dal velo dell'illusione - interpretiamo a torto questa
    continuità apparente come un'entità inalterata ed eterna, come
    un'individualità costante, sostanziale, immutabile e definita. E' un po'
    come la riva del mare, costituita in realtà da un numero infinito di
    particelle di sabbia, che però ci appaiono come un'immensa spiaggia unita,
    solida e compatta.

    L'io o essere, quindi, non è che questo processo di fenomeni psico-fisici in
    continuo apparire e sparire, collegati tra loro dalla forza karmica di ogni
    singolo individuo ma non legati ad alcuna sostanza (o principio) stabile -
    il che toglie ad essi ogni permanenza di fissità : questo flusso
    ininterrotto o continuità di fenomeni psico-fisici ha la sua origine nel
    passato infinito e la sua continuazione nel futuro nel senso che, con la
    morte, la coscienza non muore che per dare origine alla nuova coscienza in
    una nuova vita. Questo nuovo essere non è identico al precedente (i suoi
    skandha non sono gli stessi aggregati del suo predecessore), ma non è
    nemmeno un qualcosa di diverso da esso in quanto vi è una continuità di
    vita, una successione di stati concatenati (il nuovo individuo fa pur sempre
    parte della stessa corrente di energia karmica) : l'essere che muore
    trasmette la sua forza karmica al nuovo e quest'ultimo è condizionato dal
    karma dell'essere che l'ha preceduto.

    Vi è dunque una personalità in senso puramente empirico e relativo : saËtõna
    è appunto il flusso di fatti interconnessi che - in questo senso - indica
    l'individuo. Tale flusso i 18 dhõtu, cioè gli elementi sia fisici che
    mentali, gli elementi del proprio singolo corpo e gli oggetti esterni in
    quanto costituenti l'esperienza di una data personalità. I 18 dhõtu sono
    tenuti insieme da una forza speciale detta "prõpti", che agisce soltanto nei
    limiti di un singolo flusso e non oltre.

    LA SOFFERENZA. 1 Questo flusso di elementi tenuti insieme e non limitati
    alla vita presente, ma radicati in esperienze passate e proiettati in quelle
    future, è la controparte buddhista dell'anima o del "sè" di altri sistemi.
    "Ignoranza" è non vedere le cose come realmente sono nelle loro 3
    caratteristiche fondamentali, cioè come impermanenti, insoddisfacenti e
    prive di un proprio sé. Ora, da una simile cecità non proviene che dolore :
    infatti, o le cose e le persone ci procurano fin dall'inizio sensazioni
    spiacevoli, per cui ci irritiamo e le avversiamo con ostilità e violenza
    (odio) ; oppure ci dànno invece sensazioni piacevoli, per cui ci si attacca
    ad esse come se fossero eterne - e da qui sorge il timore di perderle (se si
    possiedono) o il desiderio di possederle (se non si hanno ancora) : in un
    continuo susseguirsi di ricerche di cose o situazioni che ci si illude siano
    durevoli e in un perpetuo alternarsi di delusioni quando esse decadono
    inevitabilmente e ci sfuggono di mano.

    I fenomeni dell'esistenza sottomessi alla causalità e trascinati nel
    divenire si succedono in serie e non durano che un momento ; destinati alla
    sparizione, essi sono transitori e di conseguenza dolorosi. Il fatto di non
    riconoscere nella nostra ignoranza e quindi di non accettare il dato di
    fatto che i fenomeni sono effimeri, ma di desiderare che tutto resti
    immutabile cercando di fermare il cambiamento, provoca sofferenza,
    insoddisfazione, frustrazione.

    La natura fondamentale della nostra mente è da sempre libera da qualsiasi
    forma di sofferenza : è intelligenza, amore, compassione, comprensione,
    gioia. Queste qualità sono da sempre presenti nell'essere umano, mentre
    l'odio e le altre emozioni negative non sono inerenti alla mente umana, sono
    soltanto frutto di un'erronea comprensione. Che cosa allora impedisce di
    godere di uno stato di perenne felicità ?

    un errore della mente nella percezione di sè e del mondo, errore consistente
    nel considerare reale ciò che reale non è : l'esistenza di un io
    intrinsecamente esistente.

    La consapevolezza ordinaria di se stessi è superficiale, distratta,
    appoggiata su un'identità auto-costruita e quindi impossibilitata ad
    accedere alla comprensione di "come le cose effettivamente accadono".

    Se ci si basa su persone che oggi ci sono amiche o su una situazione
    attualmente favorevole per riprometterci benefìci duraturi ed immutabili, ci
    si affida a qualcosa di effimero, di inautentico e di continuamente
    cangiante. Nel momento in cui si chiede loro quello che non sono, non
    possono che diventare inaffidabili, anche se il difetto sta nelle nostre
    aspettative e non in ciò a cui ci abbandoniamo fiduciosi : le cose e le
    persone sono molto raramente come noi vorremmo che fossero e sono invece,
    più spesso, tutto l'opposto. La caratteristica principale del regime dell'
    "io - mio" è quella di aspettarci la felicità da ciò che non è in grado di
    darla.

    Accecato dall'illusione della molteplicità fenomenica, l'uomo si aggrappa al
    miraggio d'una felicità che appare a portata di mano, immaginando di poter
    conquistare per sempre i piaceri della ricchezza, della bellezza, della
    cultura, dell'amicizia, del potere ; ma alla fine egli si ritrova deluso e,
    spesso, sommerso dai frammenti di un progetto che assume il senso di un
    naufragio esistenziale.

    Le nostre azioni si fondano sull'illusione di avere qualcosa da difendere e
    di dover lasciare un segno nel mondo, indispensabile per affermare la nostra
    esistenza separata e senza il quale pensiamo di non avere valore. La causa
    della sofferenza risiede proprio nel volerci costruire un'identità separata,
    temendo che non ci resterà nulla o che ciò che ci resterà sarà un'uniformità
    insipida, uno stato senz'anima, senza fantasia nè spirito.

    I vari tipi di sofferenza. 1 Infatti, manipolare le cose o le circostanze
    esteriori nel tentativo di risolvere i nostri problemi, se ciò non è
    accompagnato da una profonda trasformazione mentale può avere solo un
    successo temporaneo.

    L'effettiva realtà della sofferenza consiste nel fatto che - qualunque cosa
    facciamo - la vita contiene insoddisfazione e pena : se godiamo il piacere,
    abbiamo paura di perderlo o ci sforziamo di aumentarlo o prolungarlo ; se
    non lo godiamo, ci preoccupiamo di cercarlo ; e se soffriamo un dolore,
    vogliamo cacciarlo. C'è un continuo darsi da fare, un'incessante ricerca del
    momento successivo, un vorace aggrapparsi alla vita, uno stato di agitata e
    tumultuosa irrequietezza.

    a) Tre tipi di sofferenza riguardano tutti gli esseri senzienti : 1. - "la
    sofferenza della sofferenza" (duhkha-duhkhatõ) è quella che subiamo
    concretamente nell'infelicità e nel dolore, cioè il dolore fisico o mentale
    che è provato realmente : ad es., il dolore fisico del mal di testa o
    l'ansia per un amico in difficoltà ;

    2. - "la sofferenza [come effetto] del cambiamento" (vipariÐõma-duhkhatõ) è
    dovuta all'impermanenza di tutte le cose e situazioni del saËsõra, per cui
    un fenomeno piacevole tende col tempo a cambiare e a deteriorarsi, divenendo
    spiacevole (ossia, il piacere prolungato si trasforma in dolore): per es.,
    se abbiamo fame ci procuriamo degli alimenti che da principio ci soddisfano,
    ma l'eccessivo attaccamento al piacere del cibo ci fa mangiare troppo e così
    stiamo male ; oppure : passando dall'ombra al sole, inizialmente godiamo il
    calore, ma dopo - quando abbiamo troppo caldo - cerchiamo di nuovo il
    refrigerio dell'ombra ; oppure : il rilassarci dopo le fatiche del lavoro ci
    dà un certo piacere, che però - se troppo prolungato - finisce con
    l'annoiarci ;

    3. - "la sofferenza onnipervadente" (saËskõra-duhkhatõ) è la sofferenza
    potenziale, latente, che è insita ed implicita nella stessa esistenza di
    questo corpo e di questa mente, cioè nella nostra natura. Infatti, tutto ciò
    che è composto, prodotto o condizionato ha una natura insoddisfacente per la
    dipendenza e precarietà della sua stessa esistenza. Per gli uomini si tratta
    dunque della sofferenza di possedere questo tipo di corpo e mente [umani],
    che sono soggetti ad attirare il dolore come una calamita attrae il ferro :
    il solo fatto di possedere questo corpo e questa mente contaminati è la
    fonte di tutti i nostri guai. Per es., un caso di "sofferenza del soffrire"
    è il mal di pancia ; ma il fatto che la nostra pancia funzioni in modo tale
    da potersi ammalare, questa è la "sofferenza che tutto pervade".

    Nessuna delle 6 classi di esseri è esente da questi 3 tipi di sofferenza ;
    inoltre, ciascuna di esse ne subisce dei tipi che le sono più propri (ad
    es., la fame e la sete dei preta), descritti nella trattazione dei 6 regni
    samsarici.

    b) Otto tipi di sofferenza sono sopportati dall'umanità : gli esseri umani
    hanno cioè la sofferenza . della nascita (anzi, l'embrione soffre fin dal
    momento del concepimento) ; . della vecchiaia ; . della malattia ; . della
    morte ; . di esser separati da ciò che desideriamo o a cui siamo attaccati
    (amici, parenti, beni luoghi, ecc.) ; . di trovarci in situazioni
    indesiderate od ostili (incidenti, persone nemiche) ; . di non riuscire a
    realizzare tutti i propri desideri, cioè di non incontrare la felicità
    cercata (benefìci economici, fama, amori, ecc.) ; . di avere un corpo
    samsarico (che mentre subisce le sofferenze provenienti dalle azioni
    karmiche, produce un ulteriore karma che causa la sofferenza delle vite
    future).

    c) Inoltre, dal punto di vista psicologico, l'uomo può sperimentare gli
    stati d'animo e le sofferenze - oltre che del proprio stato samsarico -
    anche degli altri 5 regni d'esistenza : la sofferenza di ciascuno di questi
    ultimi ha la sua controparte psicologica nel regno umano. Così quando si
    dubita di sè e del proprio mondo e si pensa che ci sia qualcosa fuori di noi
    da attaccare, combattere e vincere, si è adirati ed aggressivi contro
    qualcosa e si cerca di distruggerlo cosicchè più è forte la nostra ostilità
    e più l'ambiente circostante risponde con uguale aggressività (per cui il
    processo diventa autodistruttivo) : diveniamo l'odio stesso e perseguitiamo
    noi stessi continuamente.

    Questa aggressività è l'inferno : esso non è qui considerato come un luogo
    fisico, ma come una condizione (o stato) della mente e precisamente come un
    mondo di fantasie nevrotiche ed allucinate in cui si entra e che poi si
    considera reale1 ;

    2. si sperimenta il mondo animale quando ci comportiamo con brutalità e
    testardaggine o quando tiriamo avanti faticosamente ed ottusamente (ci
    limitiamo a sopravvivere), aggrappati al nostro mondo che è sicuro, metodico
    e tranquillo, ci è familiare e con cui abbiamo dimestichezza, ignorando
    volutamente ciò che ci sta attorno e chiudendo le orecchie ai messaggi e
    alle situazioni imprevedibili che potrebbero compromettere la sicurezza di
    seguire modi consueti, gretti ed unilaterali ;

    3. si vive la condizione di asura quando ci si sforza di realizzare
    condizioni ideali di piacere e di superiorità, ossessionati dal voler
    misurare il nostro progresso e dal volerci paragonare agli altri : si lotta
    sempre per controllare l'egemonia della propria posizione, si è decisi a
    difendere ed a mantenere la propria felicità, preoccupandoci che gli altri
    tentino di strapparcela ; per cui si ha la tendenza a sospettare di ognuno e
    di ogni cosa, cosicchè ogni esperienza della vita è considerata una minaccia
    e si agisce esclusivamente nell'intrigo, nella gelosia e nell'invidia.
    L'esistenza degli asura è come la competizione e la rivalità negli affari e
    nella politica ;

    4. se invece si ha la brama insaziabile di accumulare, possedere, indossare
    o mangiare, la gioia del possesso - una volta che possediamo - non dà più
    soddisfazione e siamo costantemente alla ricerca di qualcosa di nuovo da
    acquisire. Si intravede una possibilità di soddisfazione, si fa per
    realizzarla ed è subito delusa ; ma la brama è così esigente che non ci si
    scoraggia e si continua così senza tregua. E' come l'analogia secondo cui il
    giardino del vicino è sempre più verde : appena il giardino diventa nostro,
    la gioia o l'apprezzamento della sua bellezza come la vedevamo prima non ci
    sono più. I preta sono come quelle persone immensamente ricche ma mai
    soddisfatte, che si gettano in operazioni economiche una dopo l'altra o
    trascinano estenuanti processi giudiziari causati dalla loro avidità ;

    5. la vita del regno dei deva si verifica infine allorchè l'atteggiamento è
    l'orgoglio, cioè quando si ha la soddisfazione di "essere" qualcuno (si
    diviene consapevoli della propria individualità), si raggiunge il successo o
    la meta agognata (si diventa miliardari, ministri, artisti celebri....) e ci
    si rende conto che ce l'abbiamo fatta, che siamo arrivati, e ci sentiamo "in
    paradiso". I deva sono come quelle persone ricche e tranquille, che
    conducono una vita di agi senza aver mai bisogno di lavorare col cervello
    perchè non costretti ad affrontare vicende difficili o dolorose,

    1 L'interpretazione della realtà fatta dalla mente costituisce ciò che
    sentiamo e come ci sentiamo. Solo quando miglioriamo la nostra visione della
    realtà, sperimentiamo una realtà migliore. ma talmente anestetizzati da non
    aver alcuna consapevolezza della loro reale situazione. Tutto il sè è quindi
    soggetto al dolore, inteso questo in senso lato e quindi comprensivo di
    sofferenza, afflizione, angoscia, angustia, disperazione, dispiacere, pena,
    frustrazione, disagio e di ogni altro tipo d'infelicità. L'insegnamento
    della sofferenza. Nell'ambito del ssè la condizione umana è tipica, perchè è
    l'unica specie di esseri che è fornita di un potenziale per la propria
    trasformazione spirituale : lo sprona a questa trasformazione è proprio
    costituita dalla sofferenza, allorquando operano nell'uomo l'intelligenza e
    la consapevolezza di cui è dotato. Quindi, la sofferenza è un fattore molto
    importante perchè ci induce a rivolgerci al Sentiero spirituale e a seguire
    il Dharma, facendoci infine ottenere la felicità - vera e permanente -
    dell'Illuminazione.

    Ma la sofferenza ci può insegnare molto per diventare felici anche ad un
    livello puramente samsarico. Così, dovremmo esser consapevoli della nostra
    buona salute (quando l'abbiamo) e di apprezzarla, e non di considerarla come
    una cosa scontata : quando abbiamo mal di denti, soffriamo molto e pensiamo
    che non averlo sia una cosa stupenda ; ma quando non l'abbiamo più, non ne
    gioiamo molto. Ci sono molte altre condizioni di felicità intorno a noi (il
    fatto di non esser disoccupati, di essere liberi, ecc.), ma non sapendo
    entrarci in contatto perpetuiamo la nostra sofferenza.

    Ma soprattutto l'infelicità può farci diventare più compassionevoli : il
    nostro dolore ci fa capire quello degli altri, che soffrono al pari di noi
    e, spesso, più di noi e che quindi meritano il nostro aiuto. Il modo più
    pratico per liberarsi dal proprio dolore è il dedicarsi il più possibile
    agli altri. Dobbiamo cioè cambiare l'attitudine di prendere a cuore noi
    stessi con quella di preoccuparci delle altre persone. Dedicarsi agli altri
    è l'unico modo per essere veramente felici.
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