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Introduzione al fenomeno dell'omicidio seriale

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Introduzione al fenomeno dell'omicidio seriale

Messaggio Da Angelodiluce il Mar Apr 20, 2010 9:01 pm

Articolo gentilmente concesso alla pubblicazione da SRM Psicologia Rivista


2001 - Dai primi giorni di febbraio fino a oggi stiamo assistendo allo svolgersi delle vicende relative a Michele Profeta, il presunto killer di Padova, accusato di aver commesso due forse tre omicidi nella zona lombardo-veneta; l'ultima notizia trasmessa dai giornali riguarda un suo probabile tentativo di fuga dal carcere scoperto in tempo dalle guardie carcerarie. Intanto i mass-media ripropongono particolari sempre più esaurienti sui delitti dell'assassino e sulle carte da gioco lasciate da quest'ultimo accanto ai cadaveri e ancora una volta viene chiamata in causa la figura del "mostro", termine italiano, a dire il vero semplicistico e non corretto, con cui si suole tradurre la parola "serial killer". Il termine omicida seriale molto più vicino al significato della formula inglese "serial killer", non ha ottenuto mai molto credito forse per la maggiore suggestione e spettacolarità che la parola mostro sa esprimere.
L'immagine dell'omicidio ha da evocato da sempre un misto di paura e insieme di inquietante fascino nell'uomo. E' sufficiente pensare alla dimensione istituzionalizzata dell'omicidio messa in atto quotidie, negli scontri tra gladiatori nel colosseo, nella Roma imperiale, così come ai sacrifici umani compiuti dagli Aztechi per gli dei, ai raffinati e truculenti sistemi di tortura congegnati nel medioevo dalla Inquisizione spagnola o nel rinascimento nell'Inghilterra di Enrico VIII, fino ad arrivare alla grande riscossione di successo dei romanzi gialli a partire dalla metà dell'800 con i racconti più celebri che raccontavano di assassini e morti misteriose.
La figura dell'omicida seriale ha poi aggiunto a queste già cospicue motivazioni quella non indifferente della figura dell'insospettabile omicida, dell'immagine del doppio, diviso e tormentato da una doppia esistenza, solare e ktonia al tempo stesso, il "Doctor Jekyll and Mr Hide" descritto mirabilmente da Stevenson, per intenderci.
Quello che più affascina del fenomeno è probabilmente l'incontro con la personificazione del male, la violenza perpetrata su di un altro essere umano senza altri fini, la votazione dell'omicida a questo stile di vita efferato, come testimonia il titolo di un libro sull'analisi dell'omicidio seriale intitolato "Vivere per uccidere". Perché il serial killer, e questa è una caratteristica distintiva della sua personalità, non uccide per un regolamento di conti (come un killer mafioso), per questioni economiche o di acquisizione di potere (i delitti dei "colletti bianchi"), né per rivendicazioni politiche (come le organizzazioni terroristiche), ma bensì per delle motivazioni inconsce che pur nella loro diversità si ricollegano al piacere recato dal sopprimere l'esistenza altrui.
Spesso però soprattutto nelle notizie fatte circolare dai mass-media si possono riscontrare alcune inesattezze sulle caratteristiche discriminanti dell'azione del serial killer, come per esempio quando si è parlato di serial killer a proposito degli autori della strage di Novi Ligure e anni prima a proposito di quella di Pietro Maso e compagni. Vediamo innanzitutto di tracciare delle specificazioni in merito alle diverse modalità di azione omicidiaria e in quali di esse si distingue il serial killer.

Una distinzione sulle modalità dell'omicidio plurimo è stata fatta a metà degli anni '80 negli USA dall'FBI grazie ai dati forniti dall'NCAVC (Centro nazionale di analisi dei crimini violenti) visto il crescente aumento di omicidi plurimi e la difficoltà da parte degli inquirenti nel trovare dei punti fermi che aiutassero a tracciare un identikit criminogeno.
Di solito gli omicidi multipli si possono inquadrare in queste categorie:
Il "Muss Murderer", ossia l'omicida di massa, è colui che compie quattro vittime o più in uno stesso luogo e nella medesima circostanza; esempi di questo tipo appaiono spesso nelle cronache americane, ultimamente un uomo ritenendo di aver subito un licenziamento ingiusto dal suo posto di lavoro ha ucciso con un fucile 6 dipendenti dell'ufficio in cui lavorava.
Lo "Spree Killer" è l'autore di tre o più atti omicidiari distinti, con un intervallo di tempo di solito breve (non superiore a un ora) che separa un omicidio dall'altro. La cinematografia statunitense ci ha fornito un calzante esempio di Spree Killer con il film "Un giorno di ordinaria follia" di J. Schumacher.
Gli autori della strage di Novi Ligure o quelli dell'uccisione dei coniugi Maso nel 1991 possono essere riconosciuti come esempi di "Family Murderers"; infatti la caratteristica principale del Family Murderer è quella di focalizzare la sua azione omicidiaria contro i membri della sua famiglia: la strage viene spesso compiuta nella medesimo luogo e circostanza o quanto più portata a termine in un breve lasso di tempo (massimo un'ora). Il motivo per cui le stragi sia dello Spree Murderer che del Family Murderer non si protraggono molto a lungo dipende sia dal movente dell'azione, che nella maggioranza dei casi risiede in un disturbo psichiatrico preesistente che porta l'omicida a compiere l'atto nel più breve tempo possibile pressato da una forma delirante che lo obbliga a farlo, sia perché dopo i primi omicidi viene velocemente rintracciato e fermato dalla polizia.
Altri dati interessanti da aggiungere a proposito di tutte e tre queste tipologie di assassino multiplo sono che gli assassini non scelgono l'identità delle vittime, massacrano chiunque abbia la sventura di incontrarli, essi inoltre come ho già accennato, arrivano al momento omicidiario in uno stato di disorganizzazione delle funzioni psichiche, o sotto l'effetto di droghe, non hanno cioè in termini di legge la piena capacità di intendere e volere le loro azioni. Questo tipo di killer infine finisce con il perdere facilmente il controllo della situazione che lui stesso ha creato, lascia innumerevoli tracce sul suo cammino di morte che non si preoccupa di celare, viene presto rintracciato e messo alle strette dalle forze dell'ordine e la sua azione termina o con il suo suicidio messo in atto per evitare l'arresto o con la morte in uno scontro a fuoco con la polizia, più raramente si costituisce spontaneamente.
Il "Serial Killer", di cui mi occupo qui in particolare, è definito come colui che, letteralmente, "uccide in serie" da un minimo di 2-3 a più persone, in periodi di tempo piuttosto lunghi (da giorni ad anni) e spostando anche di molti chilometri il proprio raggio di azione omicidiario.
In questo si differenzia come già si può vedere dalle tre precedenti tipologie di omicidi sia per la durata che per il raggio di azione implicati nell'omicidio.
Il "Ritual Murderer", ossia l'assassino che uccide per adempiere ai dettami e ai rituali di sette pseudoreligiose, pseudopsicologiche o a sfondo esoterico per scopi di iniziazione, purificazione, propiziatori, orgiastici ecc... Un esempio di tale omicidio rituale è fornito dal caso dei delitti compiuti negli anni '60 dagli adepti della setta di Charles Manson, che destarono scalpore per l'incredibile ferocia con la quale furono commessi.
Tornando a occuparci di assassini seriali, la nazione in cui si è registrato il maggior numero di casi di serial killer sono gli USA; fino al 1997 (anno a cui ci riferiamo per la casistica sui S.K.) sono considerati attivi negli USA quasi 100 serial killer e 450 sono reclusi in prigione, a questi ultimi sono stati attribuiti circa 2.700 omicidi, ma considerando le numerose persone scomparse in questi stati potrebbero essere ancora di più.
I motivi per cui negli ultimi decenni si è registrato in alcune nazioni un incremento dei serial killer sono tanti.
Innanzitutto il fenomeno è divenuto mano a mano più visibile in virtù dei moderni mezzi d'informazione, sempre più efficienti, che ormai quotidianamente parlano dei delitti dei serial killer, inoltre i sistemi investigativi e le procedure di medicina legale hanno permesso di ascrivere alla mano dei serial killer molti delitti che in altri tempi sarebbero stati archiviati come decessi di altro genere.
Un territorio come gli Stati Uniti inoltre, in cui troviamo gran parte della popolazione ammassata in metropoli che superano spesso i 3 milioni di abitanti, con un alta densità di popolazione e con diverse fasce della popolazione in forte rischio di marginalità sociale e in condizioni di povertà, costituisce un habitat ideale per la condotta omicidiaria del serial killer.
Infatti l'ambiente alienante e individualistico della società metropolitana/industriale, in cui migliaia di individui vivono dentro un grattacielo, con scarsi momenti di incontro dati i diversi orari lavorativi e di continuità relazionale, dato il notevole intercambio di persone in uno stesso stabile, favorisce quello stile di vita solitario e anonimo dentro cui si cala l'omicida. Nell'ambiente metropolitano si è infatti persa quella sorta di controllo, di monitoraggio sociale che era costituito nella società rurale, dalla piccola comunità contadina, stretta intorno alle solide tradizioni della chiesa, del lavoro nei campi e dei riti, delle feste di villaggio, in cui tutti sanno tutto di tutti e parlano di tutti.
Infine il fatto che ogni differente stato degli USA abbia una diverso sistema giudiziario facilita l'operato degli omicidi che sono soliti uccidere le loro vittime in diversi stati: il diverso modo di intendere reati contro il patrimonio e la persona, la diversa velocità dell'apparato burocratico, la difficoltà tra gli stati nel passarsi informazioni sui casi ha permesso a molti criminali ricercati magari da anni in uno stato, di commettere molti altri omicidi in un altro prima di essere individuati e riconosciuti colpevoli per tutti i crimini commessi.
Gli studiosi americani, dopo aver esaminato tutti i serial killer incarcerati, hanno tracciato un identikit psicobiografico che si può così riassumere.
Sono prevalentemente maschi di razza bianca (nel 90% dei casi), hanno un'età media all'epoca dell'omicidio di 27 anni. Sono sia eterosessuali che omosessuali; primogeniti, hanno trascorso la loro infanzia e adolescenza in famiglie violente, con una madre "patologica" (spesso prostituta) e un padre assente (delinquente). Da bambini sono stati trascurati o maltrattati e sono sono stati oggetto di violenze anche sessuali, manifestando di conseguenza comportamenti disturbati quali torture ad animali e piromania, con marcato isolamento sociale.
La mancanza di rapporti interpersonali e di validi modelli di riferimento ha provocato, da adolescenti, l'incapacità di interagire con le persone dell'altro sesso, con la conseguenza di accumulare frustrazione e rabbia: gli assasini seriali non hanno avuto normali rapporti eterosessuali, preferendo invece la masturbazione compulsiva e rapporti omosessuali o la zoofilia; hanno manifestato in adolescenza comportamenti antisociali (furti, violenza, fughe da casa, abuso di alcool e droghe). Dotati di un quoziente intellettivo medio, in età adulta, talvolta sono riusciti a costruirsi una famiglia, cosa che consente loro di assumere una facciata di normalità, dietro la quale si cela però il problema dell'indefinita identità sessuale.
Sono spesso pigri e incostanti sul lavoro, attività nella quale accumulano ulteriori stress e frustrazioni, per sfuggire alle quali tendono a rinchiudersi nel loro mondo immaginario.
L'iter che porta questi individui a compiere quel passo fondamentale per la loro condotta di assassini recidivi che è il primo omicidio è costituito da un lungo percorso iniziato nell'infanzia, caratterizzato da "fantasie onnipotenti di morte" che si fanno con il passare degli anni sempre più vivide e pressanti, fino a non poter più solo esser solo pensate ma a dover anche essere messe in atto. Le fantasie di un serial killer psicopatico si fondano quasi sempre secondo Roger Depue, esperto dell'F.B.I., sul binomio sesso-violenza, attraverso la loro infanzia di bambini abusati sia fisicamente che sessualmente incominciano a costruire delle fantasie a sfondo sadico-sessuale, in cui il ruolo del violento e del seviziatore è svolto da loro e in cui l'orgasmo non può essere raggiunto se non infliggendo sugli altri sofferenza e dominio.
L'assassino seriale con l'eliminazione di un essere umano appaga i suoi fantasmi di morte e distruzione, concretizza e ritualizza questo fantasma di rivalsa sull'aggressore di un tempo, questa "sensazione di onnipotenza"; l'aver avuto cioè pieno dominio e arbitrio dell'altrui vita che gli dà quel tantum di eccitazione, di trasgressione, di conquista che lo fa sentire vivo, porta l'omicida a ripetere l'esperienza più volte, rendendolo così un serial killer, vampiro della vita degli altri.
Per quanto riguarda le modalità con cui uccidono si possono distinguere due tipi di omicidi: I serial killer organizzati e i serial killer disorganizzati: i primi pianificano con cura i delitti, scegliendo le vittime e il luogo del delitto. Utilizzano un'arma propria e non lasciano tracce. Sono individui apparentemente normali, socialmente inseriti, spesso coniugati e ciò rende molto difficile individuarli; inoltre siccome posseggono mediamente un alto quoziente intellettivo mettono a punto tutta una serie di accorgimenti che rendono difficile alla polizia la loro individuazione e cattura. Per esempio riescono a uccidere diverse persone in luoghi anche molto distanti fra loro, stanno attenti a non lasciare tracce sul luogo del delitto, cambiano volutamente "modus operandi" per confondere gli inquirenti, seguono attentamente lo svolgersi delle ricerche e spesso anticipano le mosse della polizia. Inoltre sono gratificati dall'attenzione data loro dai mass-media perché ciò rafforza l'identità negativa che si stanno costruendo e spesso sfidano le autorità inviando messaggi denigratori di sfida o rivendicando con qualche macabro particolare la paternità dei propri misfatti. Infine sono capaci di intendere e volere, pur presentando disturbi della personalità, di carattere sadico e sessuale.
I serial killer disorganizzati uccidono invece perché colti da un impulso improvviso, senza scegliere la vittima e senza curarsi di lasciare tracce, utilizzando talvolta un'arma trovata sul posto.
Il luogo del delitto si trova spesso nei pressi della loro abitazione e si presenta come disordinato, lasciato così come è. I delitti sono efferati e a volte sono costellati da atti sessuali e di cannibalismo verso la vittima. Tali assassini seriali sono mentalmente malati, per lo più affetti da psicosi. Infatti c'è da dire che molti di queste sequele di violenza sarebbero potute essere evitate se i malati fossero stati adeguatamente curati e monitorati da uno specialista soprattutto nelle fasi a sfondo delirante-persecutorio. Infatti il cosiddetto "raptus" dello schizofrenico sembra non esistere, dato che l'atto violento di quest'ultimo avviene dopo tutto un crescendo di segnali, di sintomi sempre più gravi e frequenti cui non si è posto tampone con un aiuto farmacologico o psichiatrico.

Considerando più specificamente le tipologie di assassino seriale si possono distinguere a seconda della motivazione che li spinge ad uccidere tre categorie: gli psicotici, gli edonisti, i missionari.
Gli psicotici (schizofrenici, paranoici) uccidono perché guidati da allucinazioni uditive (voci imperative) e da deliri mistici o di grandezza.
Gli edonisti, che uccidono per il "gusto di uccidere", per l'emozione e il piacere che provocano la soppressione di un essere umano, per il senso di onnipotenza che deriva dal poter disporre totalmente della vita di un uomo; una sottocategoria è costituita dai "Lust-Killer", ossia "assassini per libidine", per i quali l'omicidio riveste il valore di gratificazione sessuale, perché per raggiungere l'orgasmo devono uccidere.
I missionari, che uccidono sulla base di "motivazioni morali": le vittime sono prostitute, omosessuali, neri, barboni, drogati, ossia quelle categorie di persone che essi considerano la "feccia" da cui ripulire il mondo.
Infine a proposito del comportamento violento del serial killer vale la pena ricordare la considerazione dello psicoanalista Frank M. Lachmann. Secondo Lachmann vari fattori, storici, ambientali, genetici e psicologici, tra cui anche gli abusi e le violenze subite, porterebbero il futuro serial killer a sviluppare un'aggressività di tipo "eruttivo, vulcanico"; un'aggressività cioè che invece di essere una reazione comportamentale a un ambiente che non è in grado di soddisfare i bisogni (come nelle persone normali) e quindi "reattiva", eromperebbe senza bisogno di nessuna sollecitazione dal contesto in cui è immersa la persona.
Il serial killer spesso non è consapevole di questa impulsività comportamentale, ed è per questo forse che conducono una doppia vita, una magari banale e anonima ed un'altra drammatica che li porta ad uccidere.
Nel caso di violenze subite nell'infanzia da un bambino, Storolow (un'altro psicoanalista) afferma che dopo averne subito la conseguente reazione emotiva dolorosa, il bambino desidera intensamente da parte di qualcuno una risposta sintonizzata che possa modulare, contenere, migliorare il suo stato affettivo reattivo e doloroso. Quando invece (come nel caso dei serial killer) il dolore affettivo del bambino incontra una consistente mancanza di sintonia, allora egli percepisce che quei sentimenti reattivi dolorosi non sono bene accolti da chi si occupa di lui, e devono essere sequestrati in modo difensivo per poter sostenere il legame di cui egli ha necessità. Questo affetto abortito diventa fonte di conflitto e vulnerabilità agli stati traumatici e dura tutta la vita. Inoltre spesso il bambino acquisisce la convinzione inconscia che gli stati affettivi dolorosi e terrorizzanti sono le manifestazioni di una sua tara disgustosa, oppure di una sua cattiveria interiore intrinseca.
Si viene così a formare internamente una identità in negativo, un Sé cattivo e tutte le volte che l'individuo ritiene di non essere stato compreso, "contenuto" dall'altro, reagirà con rabbia e violenza per aver visti ancora una volta frustrati i suoi bisogni di rassicurazione e di sintonizzazione emotiva.

Dott. Sergio Antonini
Roma, 03 agosto 2001.

Riferimenti Bibliografici

Musci, A., Scarso, A., Tavella, G. (a cura di) "Vivere per uccidere, anatomia del serial killer". Calusca Edizioni, 1997.
Bourgoin, S. (1993) "La follia dei mostri". Sperling & Kupfer Editori, 1995.
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