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    Natural born killer?

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    Natural born killer?

    Messaggio Da Angelodiluce il Mar Apr 20, 2010 3:16 am

    Mostri o pazzi: il profilo psicologico del serial killer
    Tra i 20 e i 45 anni, di sesso maschile, con una corporatura agile ma più forte della media, capace di concentrazione prolungata. Questo l'identikit del serial killer. Se consideriamo gli aspetti più "sociali" del fenomeno scopriamo che esistono degli elementi comuni. Innanzitutto l'omicidio seriale si verifica principalmente nei Paesi più industrializzati. Gli Stati Uniti hanno il numero più alto di questo tipo di delitti (il 58 per cento dei casi avviene proprio lì) e di seguito troviamo i Paesi europei: l'Inghilterra (5 per cento), l'Italia (5 per cento), la Germania (4 per cento), la Francia (4 per cento). Nel continente africano la maggior concentrazione di omicidi seriali avviene nella parte più ricca, nel Sud Africa.

    Un altro aspetto che consolida questa tesi è l'incremento di omicidi seriali a partire dagli anni Sessanta, durante il periodo del boom economico e dell'espansione industriale. In generale, inoltre, gli omicidi seriali sono più frequenti nei Paesi dell'Europa Settentrionale, mentre nei Paesi Meridionali (Spagna, Grecia e Turchia) l'incidenza è più bassa. Le grandi metropoli sembrano essere i luoghi preferiti dai serial killer: New York, Los Angeles, Londra, Milano, Roma, Parigi, Berlino, Mosca... Nella maggioranza dei casi a compiere gli assassini è un individuo che opera da solo (72 per cento delle volte). Solo il 12 per cento agisce in coppia e il 16 per cento in gruppo. La maggioranza degli omicidi inoltre è commesso da uomini (il 90 per cento). Un'altra sostanziale differenza tra i delitti commessi da uomini e da donne è il mezzo usato. Mentre gli uomini tendono a preferire un contatto fisico con la vittima - strangolamento, pistola, accoltellamento - che permette di partecipare attivamente all'uccisione, le donne in genere prediligono il veleno per porre una relativa distanza dal delitto, evitando dunque la manipolazione del corpo.

    Ma perché un individuo diventa un serial killer? Come spiega Francesco Bruno, docente di psicopatologia forense all'Università La Sapienza, non esiste una "categorizzazione" tout cour per definire l'omicida seriale. In genere le motivazioni che spingono un individuo a compiere gesti violenti ed efferati nascono come manifestazione di una patologia. Un'attrazione esageratamente morbosa verso il corpo può spingere un individuo a uccidere e a manipolare il cadavere a proprio piacimento. Ci sono poi quei killer con alle spalle profonde esperienze di frustrazione, incapaci di vivere rapporti sessuali e di instaurare relazioni con la famiglia e con gli amici. L'omicidio diventa un mezzo per sfogarsi. In altre parole si attua una sorta di vendetta generalizzata verso tutto ciò che l'omicida percepisce come causa del suo disagio e che può essere rappresentato dalla società nel suo insieme. Infine ci sono quegli individui affetti da patologie psichiatriche vere e proprie i quali, spinti da deliri, voci, false convinzioni possono in rari casi arrivare a commettere un delitto.

    Il serial killer è dunque matto? Secondo Francesco Bruno l'omicida seriale non è né matto, né un delinquente. Lo studioso ci presenta un'altra categoria: quella della mostruosità, che forse è l'unica caratteristica costante tra i vari casi di omicidi seriali commessi. Infatti "la categoria della mostruosità - spiega Francesco Bruno - in sostanza fa in modo che i serial killer possano essere considerati non propriamente portatori delle classiche patologie di mente che conosciamo appieno, ma evidentemente vittime e protagonisti di qualcosa di diverso. Essi non agiscono per spinte apparentemente genetiche ma neppure per motivazioni ben chiare quali possono essere il denaro, la passione, la vendetta, la gelosia e cos'altro".

    Ad ogni modo psichiatri e criminologi sono d'accordo che nella maggior parte dei casi, il serial killer, in età infantile o pre-adoloscenziale, è stato a sua volta oggetto di vessazioni, abusi sessuali e grandi frustrazioni da parte di genitori o comunque da figure autoritarie. Alle spalle dell'omicida può nascondersi il fantasma di una famiglia disgregata, a volte violenta, dove i ruoli non sono ben definiti. E' il caso del pluriomicida di massa Charles Manson cresciuto tra un riformatorio e l'altro con una madre alcolizzata, prostituta e assente.

    Gli omicidi si esplicano con modalità diverse. Il "depezzamento", ossia il tagliare a pezzi il cadavere, sembra essere una delle dinamiche più ricorrenti. E' il caso di Jeff Dahmer, più noto come il mostro di Milwaukee il quale seviziò, uccise e tagliò in pezzetti oltre 17 uomini per poi conservarne le parti nel frigorifero e appese ai muri della sua casa. L'isolamento di una parte del corpo e la sua conservazione permette un ricordo costante di quel piacere provocato dall'uccidere. Spesso il killer si spinge anche a comportamenti di cannibalismo, una pratica che come spiegò durante il processo Dahmer stesso, dava la sensazione di appropriarsi ancora di più di quell'individuo ormai disgregato. Secondo Pasquale De Pasquali, psichiatra e autore del libro Serial killer in Italia, la necromania, ossia la spinta psicologica e compulsiva quindi irrefrenabile di entrare in contatto con i cadaveri, è alla base di quella pulsione che porta l'omicida a commettere atti brutali. In altre parole la necromania è un mezzo attraverso il quale il pluriomicida concretizza sui cadaveri la sua necessità di instaurare una relazione e il totale controllo sulle persone. Come ci spiega Francesco Bruno in questi casi "spesso prevalgono motivazioni di tipo ludico e sessuale o espressioni di potere e allora il dominio attraverso la morte diventa una specie di rito di iniziazione alla vita adulta".

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