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PROSPETTIVE INDIANE 005

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PROSPETTIVE INDIANE 005

Messaggio Da Angelodiluce il Lun Apr 19, 2010 10:06 pm

«La parola Vak (in latino Vox) proviene dalla radice Vach che significa "parlare". Il nome femminile Vak perciò letteralmente significa sia voce sia la parola che si pronuncia come anche il suono di oggetti inanimati. Ha lo stesso senso perciò di Shabda. Artha è il significato o l'oggetto. Pratyaya è l'apprensione mentale. Tutte le cose hanno un triplice senso, supremo (Para), sottile (sukshma), grossolano (sthula). Para Vak è La Spinta Causale che, in termini di Pratyaya, è l'ideazione cosmica (shrishti-kalpana) di Ishvara. Questa è la "Parola"Divina (Arthur Avalon The Garland of Letter (varnamala) Studies in the mantrashastra ».

Fra i modi possibili in cui noi, mammiferi dotati di linguaggio articolato, ci siamo dilettati a descrivere, a spiegare questo immenso macchinario universale che abitiamo non poteva mancare la variante che descrive l'universo come una vibrazione sonora e che serba il segreto di un mistero celato nella nostra favella.

Negli elementi costitutivi del linguaggio articolato, nelle lettere e nelle vocali, si nasconderebbe il mistero della creazione. Un testo dice: «Solo Prajapati esisteva, allora Vak fu seconda a lui. Egli si unì con lei e lei divenne gravida. Ella uscì fuori da lui e produsse tutte queste creature e di nuovo rientrò in lui pag 6 Garland of Letters».

Giovanni non dice, a ben guardare, cosa diversa: In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta.

È una modalità, un approccio sonoro al reale. Una visione delle cose che è condivisa sia da alcune scuole indiane che da alcune correnti della qabbalah ed è anche presente nel cristianesimo giovanneo.

Occorre intendersi l'universo il macrocosmo vien conosciuto non mediante l'osservazione sensoriale ma attraverso modalità di percezione sottili o, ai più alti livelli, per identità coscienziale. Tuttavia noi siamo condizionati dall'apparato corporeo di mammifero che indossiamo ed ecco che dipingiamo il macrocosmo come un macroantropo e le realtà primigenie come una coppia archetipale. Quando noi parliamo di Vibrazione primigenia, di spanda secondo lo shivaismo kashmiro, quando parliamo di Logos e prendiamo ad esempio il linguaggio crudo della Genesi ebraica che dice "Dio disse sia la luce e la luce fu" è solo per iperbole che usiamo il nostro limitato apparato fonatorio come metafora. Il linguaggio crudo e grossolano della Genesi nell'indicare la modalità creativa non è estraneo alla tradizione indiana. Un testo vedico dice: " Dicendo Bhuh (terra) egli creò la terra (Bhumi)". Questo perché la "filosofia", la elaborazione dottrinale, è preceduta dal linguaggio del mito, un linguaggio poetico mediante il quale con immediatezza ed estrema sintesi, in modo crudo, diretto, la Visione viene espressa. Per l'uomo arcaico, quello dell'età dell'oro, una breve poesia aveva una pregnanza per noi impensabile. Non aveva tanti pensieri per la testa e soprattutto viveva immerso nella natura. C'è un testo vedico di straordinaria bellezza che narra la storia di Satyakama.

Si narra di un figlio di una prostituta che va dalla madre e gli dice che vorrebbe ricevere l'insegnamento e gli domanda della sua discendenza. La madre gli dice che non sa chi fosse suo padre in quanto quando lo concepì faceva la
serva, di qui e di là. Tu ti chiami Satyakama io Jabala quindi dici di essere Satyakama Jabala.

Satyakama è un composto di Verità e amore. Va da un maestro, Satyakama, e questi, come prescrivono gli
shastra, lo interroga sul suo casato. Il giovane gli dice tutta la verità. Il guru lo loda. Solo un brahmana parla così schiettamente e gli affida una mandria. Satiakama sta via per qualche anno dietro le vacche, in romitaggio pertanto.
A un certo punto gli animali e gli elementi lo chiamano e al loro richiamo egli risponde "Signore!" e loro gli svelano la dottrina. Al suo ritorno il maestro lo guarda e riconosce la consapevolezza che in lui arde e lo interroga.

Quando giunse a casa del maestro questi gli disse<< In verità o caro, risplendi come uno che conosce il Brahman. Chi te l'ha rilevato?>>, <>, rispose, <>.

La percezione del Sostrato, del Silenzio, del Vuoto fa svelare un'armonia sonora e ne dà il senso e le cose, gli elementi iniziano a parlare, noi apprendiamo la loro lingua. il mondo cessa di essere un alcunché di meccanico di separato e diventa una sorta di grande animale e ogni cosa diventa un canale con cui Dio, mi si perdoni se uso questo termine,
ti parla.

«Gli antichi , mio caro , dissero che nel santuario di Zeus a Dodona , da una quercia , provennero i primi discorsi divinatori . Agli uomini di quel tempo dunque , dato che non erano sapienti come voi giovani , bastava nella loro semplicità ascoltare una quercia o un sasso, purché dicessero il vero». Platone Fedro.

Il dialogo con la sinfonia cosmica. Brahman è lo sfondo, il suono silenzioso ... a volte per me è un misterioso Nulla. Quando Brahman prevale come nulla nella mia anima la determinazione atmica è una coltre che vela Brahman. Sono di velo a me stesso.

Che differenza c'è nella maya? Le note viventi non sono le proiezioni scisse della mia personalità radice ... ma la mia personalità radice inabita anche in loro. Il Sognatore che proietta l'universo è Uno ... e in ciascuna cosa si rifrange.

Dice Shiva all'orgoglioso Shankara nel Manishapancakam

«C'è forse una qualche differenza tra il sole che si riflette nelle acque del sacro Gange e quello che si riflette in uno stagno d'acqua sporca lungo la strada frequentata dai candala?».

Forse è per questo che Satyakama, il figlio di serva puttana diventato brahmano, dice a colui che aveva avuto il coraggio di ascoltarlo e sentire che non era solo il suo nome ma anche la sua anima ad amare la verità <>. Il dialogo fra note umane è più difficile ... è facile essere solidali con il cielo, con l'aria, con l'acqua e la terra ... il silenzio è ad essi connaturato. La coscienza racchiusa nella roccia non contende con la tua mente, con i tuoi possedimenti, l'altro uomo si. Un fiore si concede allo sguardo, al tatto. Si concede alla mano che lo raccoglie, magari solo per annusarlo. Un altro no. L'altro si nega. Io mi nego.

L'om che noi cantiamo, almeno io lo canto ogni volta che faccio meditazione, è un inviluppo sonoro che è la cifra della manifestazione. Un suono (forma) che ha un aspetto luce (coscienza). Detta così capisco che ... sembra dura da digerire ma a me è capitato in una forma di samadhi di essere la vibrazione dell'Om e nel contempo limpida coscienza, la mia limpidità coscienziale era relata alla frequenza della vibrazione, quando la vibrazione è diventata greve la coscienza, io diventai sempre più lattiginoso, sempre meno libero e imponderabile, fino a ritrovarmi nuovamente nel corpo fisico e riportato alla coscienza ordinaria.

L'Om è una espressione sintetica, le scritture, sfruttando i meccanismi eufonici della lingua sanscrita dicono che è la sintesi eufonica di due vocami la a e la u e di una risonanza nasale. Vale a dire, essendo la A la prima delle vocali e la u l'ultima e la m una consonante che è una risonanza nasale e se non ricordo male l'ultima delle consonanti, l'om è la sintesi dell'intero alfabeto. I tre aspetti a, u e m sono visti come i suoni sintetici dei tre livelli esistenziali lo stato di veglia, quello sottile e il causale.

Queste sono proprio cose da amatori, vengono trattate un po' nel vedanta advaita ma sopratutto son cose che appartengono al mantrashastra del tantra. Nel tantra c'è una sezione dedicata alla ruota della matrika. L'alfabeto sanscrito viene visto come una ruota di potenze sonore, di forme di potenze e come elementi costitutivi, per chi sa destare tali potenze, dei mantra. Una visione che ha un suo specifico equivalente nel sefer yetzirah e nella dottrina del hokmah tzeruf, la scienza delle permutazioni, in cui mediante la combinazione delle lettere dell'alfabeto ebraico il meditante scatena le potenze che sono assopite nell'alef beth (alfabeto). Ci sono delle meditazioni in cui si passa il tempo a permutare l'aleph beth.

La scienza del mantra, il nama japa che a volte, in occidente non si usa, si fa anche per iscritto, io ho visto delle foto di un quaderno di Swami Shivananda pieno solo di un unico nome divino che ha scritto ordinatamente fino a riempirlo, si basa su tale concezione segreta che vede celato nella nostra lingua il mistero della creazione.
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