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I cinque principi dello Yoga

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I cinque principi dello Yoga

Messaggio Da Angelodiluce il Lun Gen 17, 2011 11:08 pm

I cinque principi dello Yoga

a cura di Ivan Di Piazza

- Il Rilassamento

“Lo spirito che scuote il mondo dei sensi pur mantenendoli in armonia….trova
riposo nella tranquillità.” Bhagavad-Gita

Vivere con la mente ed il corpo rilassati è il nostro stato naturale, un
nostro diritto di nascita; è soltanto il nostro ritmo di vita che ce ne ha
fatto dimenticare.

Non esiste ormai più nessuno, inserito nel modo di vita occidentale, che non
sia sottoposto, in un modo o nell’altro, a stress, a sollecitazioni,a
tensioni, con tutte le conseguenze negative che ciò comporta. Nervosismo,
palpitazioni, contrazioni, insonnia, mal di testa, depressione, esaurimento,
aggressività sono solo alcuni dei sintomi per mezzo dei quali il corpo e la
mente ci segnalano che dobbiamo lasciarci andare, non reagendo all’ondata di
stimoli che ci investe dall’esterno e che dobbiamo rilassarci.

Chi conosce l’arte del rilassamento possiede la chiave della salute, della
vitalità e della pace mentale, perché il rilassamento è un tonico per il
corpo, la mente, l’anima e lo spirito, scioglie le tensioni muscolari ed
insegna a preservare e quindi a liberare grandi risorse di energia,
abbandonando le preoccupazioni e le paure. Un rilassamento corretto produce
gli stessi benefici di una notte di buon sonno.

Esiste un intimo legame tra la mente ed il corpo. Se i muscoli sono
rilassati, la mente avrà facilità a rilassarsi; se la mente è ansiosa ed
agitata, il corpo ne risentirà attraverso blocchi e contratture. Tutte le
azioni hanno origine nella mente. E’ la mente, una volta ricevuto lo stimolo
all’azione, ad inviare ai muscoli l’impulso nervoso che ne provoca la
contrazione.

Nella società moderna, frenetica e concitata, la mente è continuamente
bombardata da stimoli che ci spingono a reagire come se dovessimo in ogni
momento risolvere una situazione, prendere una decisione o, addirittura,
metterci in salvo. Di conseguenza, la maggior parte di noi, spende gran
parte della vita in uno stato di tensione mentale e fisica: questa tensione
si manifesta in alcuni atteggiamenti tipici di ogni individuo, le mascelle
serrate, la fronte aggrottata, il collo irrigidito e contratto. Questa
inutile tensione è la causa dello spreco di energie che ci fa sentire
stanche, sfiniti, che ci predispone alle malattie: sprechiamo le nostre
energie per mandare impulsi continui ai muscoli per mantenerli contratti.

Le tecniche di rilassamento fisico, mentale e spirituale, sono parte
integrante e fondamentale dello Yoga. Con l’esecuzione delle asana,
l’alternarsi della contrazione e della distensione, l’osservazione ed il
controllo della respirazione, è possibile raggiungere uno stato di completo
rilassamento.

L’alternarsi di contrazione e distensione è importante poiché si prende
coscienza della apparente dualità e di come noi la viviamo, perché solo
sperimentando la tensione si può successivamente sperimentale il
rilassamento e vivere senza paura le onde della vita. Come nella
quotidianità la mente invia ai muscoli l’impulso che li fa contrarre, così,
con l’aiuto dell’educazione yogica impara a inviare messaggi di
rilassamento. Con la pratica è possibile imparare gradualmente ad usare
l’inconscio per estendere il controllo ai muscoli involontari ed al cuore,
al sistema digestivo ed agli altri organi.

Anche la respirazione, armoniosa e regolare, ha un ruolo importante nel
rilassamento, ma senza la pace spirituale il rilassamento non può essere
completo.

Finché vi sarà identificazione con il corpo o con la mente, vi saranno
paure, remore, preoccupazioni e sofferenze. Il rilassamento spirituale
significa distacco (vairagya), ma anche pienezza della vita; significa
diventare testimoni dell’attività del corpo e della mente per trascenderli e
ritrovare identificazioni di ordine superiore con il Sé supremo, che è
dentro di noi e fuori di noi, senza confini.

Il rilassamento viene percepito come scioglimento, espansione, leggerezza,
calore. Il completo distendersi delle tensioni muscolari provoca euforia. Il
rilassamento non è uno stato ma un processo attraverso livelli di
progressiva profondità. Bisogna “lasciarsi andare” anziché “controllare”,
“non fare” anziché “fare”.

- L’esercizio fisico

“Le asana rendono forti e leggeri e ci liberano dalle malattie”

Hatha Yoga Pradipika

Per comprendere la natura delle asana bisogna sperimentarne gli effetti. Non
si tratta di semplici esercizi, ma di posture che vanno mantenute e che
devono essere eseguite lentamente, associandole alla respirazione profonda.
Sono delicati movimenti che non solo aiutano a prendere coscienza del
proprio corpo, ma influenzano lo spirito liberando dalle paure ed infondendo
serenità e fiducia. Al termine di una sequenza di esercizi yoga ci si sente
rilassati e pieni di energia.

Un asana si compone di tre fasi.

\ Il raggiungimento della corretta postura. In questa prima fase, inspirando
o espirando, si raggiunge la corretta postura.

\ Il mantenimento della postura. In questa seconda fase si scioglie
lentamente la postura, sempre inspirando o espirando lentamente,
ritmicamente, profondamente e coscientemente.

\ L’uscita dalla postura. In questa terza fase si scioglie lentamente la
postura, sempre inspirando o espirando lentamente.

Nella prima fase, quando si assume la postura, determinati muscoli o gruppi
muscolari si distendono ed altri si contraggono.

Nella seconda fase, quando si mantiene più o meno a lungo la postura, i
muscoli rimangono stirati ma rilassati, mentre la respirazione fluida
favorisce lo scorrere dell’energia vitale, il prana. Le condizioni combinate
di stiramento e rilassamento provocano un profondo ricambio di sangue nel
muscolo. Nella terza fase, in cui si esce dalla postura, i muscoli ritornano
alla loro condizione ordinaria, ma vengono irrorati abbondantemente dal
sangue arricchito di ossigeno grazie alla respirazione profonda nella
seconda fase.

E’ importante, salvo indicazioni contrarie, non fermarsi nelle posizioni
intermedie. Un’asana si intende compiuta quando la posizione viene
mantenuta, senza perdere la concentrazione; si tratta di uno stato di
concentrazione senza tensione e svincolato da obiettivi particolari; gli
yogi sono in grado di rimanere per ore ed ore di seguito in una stessa
posizione senza muoversi. Una volta riusciti a rilassarsi in una determinata
posizione, è possibile correggerla ulteriormente per imparare a mantenerla
gradualmente sempre più a lungo.

Le asana influiscono su tutto l’organismo, facendo sì che sia i muscoli che
gli organi interni, che pure in determinate posizioni si comprimono e si
distendono, vengono rinfrescati e stimolati. La circolazione sanguigna
aumenta in tutto il corpo, l’apporto di sostanze nutritive alle cellule
migliora l’eliminazione delle scorie e la disintossicazione avvengono in
maniera più completa. L’intero organismo e tutte le sue funzioni si
rinnovano; le articolazioni, i tendini, i legamenti diventano più elastici;
la colonna vertebrale si mantiene o diventa flessibile; la mente si rilassa
e l’anima si acquieta.

L’esperienza fisica delle posture è sicuramente, almeno all’inizio, ciò che
colpisce maggiormente nella pratica degli esercizi di yoga. Con il passare
del tempo, però, e con l’aumentare dell’esperienza e della capacità di
concentrazione, si diviene sempre più consapevoli del flusso di energia
vitale (prana) e dell’importanza di una corretta respirazione (pranayama).

Lo scopo degli esercizi di Hatha Yoga, delle asana e del pranayama, è di
purificare i canali nervosi, così da permettere il libero scorrimento del
prana e di preparare il corpo per la salita della Kundalini, la suprema
energia cosmica che conduce l’essere umano che pratica lo Yoga in uno stato
superiore di consapevolezza.

- La respirazione

“Quando il respiro è agitato, la mente è instabile, ma quando si acquieta,
anche la mente è in pace.” Hatha Yoga Pradipika

Il respiro è vita. Non si può vivere senza respirare. Pochi di noi,
tuttavia, sono consapevoli del ruolo centrale del respiro, di quanto sia
importante una corretta respirazione, di quanto influisca sul benessere
psicofisico. Per chi pratica lo Yoga, le due principali funzioni di una
corretta respirazione sono:

\ avere più ossigeno per il sangue e conseguentemente per il cervello;

\ controllare il prana, l’energia vitale, per arrivare a controllare la
mente.

Il pranayama, la tecnica per controllare la respirazione ed aumentare
l’energia vitale (prana:”respiro”, “forza vitale”, “energia”;
yama:”regolazione”, “controllo”; ayama: “espansione”), consiste in una serie
di pratiche ideate per soddisfare questi bisogni e per mantenere il corpo in
uno stato di benessere.

Vi sono tre tipi di respirazione:

\ clavicolare (superficiale);

\ intercostale-toracica (media);

\ addominale (profonda);

La respirazione yogica completa combina i tre tipi, iniziando dalla
respirazione addominale e continuando poi con la intercostale e con la
clavicolare. Al movimento respiratorio è abbinato un movimento armonico
della colonna, che porta ad un suo allungamento all’inspirazione ed a un
ritorno all’espirazione. La respirazione addominale comporta una
mobilitazione del diaframma, che massaggia la cavità addominale e funge da
pompa venosa prevenendo problemi circolatori ed aiutando il cuore.

La respirazione yogica comporta, fatta esclusione di tecniche molto
particolari, l’utilizzo del naso sia per l’inspirazione che per
l’espirazione. Le cavità nasali hanno la funzione di riscaldamento e
filtraggio dell’aria all’inspirazione; inoltre il flusso risulta rallentato,
ed è più facile instaurare una respirazione armonica e

regolare, con notevoli benefici per la mente. Vi sono poi motivi
“energetici” alla base della indicazione che viene data in sala Yoga di
respirare sempre attraverso il naso.

La maggior parte di noi ha dimenticato come si respira in modo corretto:
respiriamo spesso superficialmente attraverso la bocca, non usiamo quasi mai
il diaframma sollevando l’addome e le spalle durante l’inspirazione.
Respirare in questo modo significa assumere solo una piccola quantità di
ossigeno, utilizzando solo la parte alta dei polmoni; la conseguenza
inevitabile è un calo di energia ed una scarsa capacità di combattere le
malattie.

La pratica dello Yoga induce a cambiare abitudini respiratorie.
Inizialmente, può già essere un grande passo avanti riuscire a prestare
attenzione alla propria respirazione, imparare ad osservare il respiro e a
lasciarlo fluire, cercando, proprio aiutandosi con il ritmo del respiro, di
liberare il corpo e la mente dalle tensioni dovute allo stress, alla paura e
alle preoccupazioni.

Respirare correttamente significa respirare dal naso con la bocca chiusa ed
implica una completa inspirazione ed una completa espirazione che
coinvolgano gli interi polmoni.

Durante l’espirazione l’addome si contrae ed il diaframma si muove verso
l’alto massaggiando il cuore; durante l’inspirazione l’addome si espande ed
il diaframma si muove verso il basso massaggiando gli organi addominali.
Come ogni asana, nel pranayama ogni respiro si compone di tre fasi:

\ inspirazione; \ ritenzione; \ espirazione.

Solitamente l’inspirazione viene considerata la fase più importante del
processo respiratorio, mentre in realtà il segreto sta nell’espirazione:
tanta più aria esaurita si espira, tanta più aria fresca si può inspirare.
Il pranayama, infatti, mette l’accento sulla seconda e sulla terza fase, la
ritenzione e l’espirazione, ed in alcuni esercizi l’espirazione dura il
doppio dell’inspirazione e la ritenzione addirittura il quadruplo.
Respirando attraverso il naso l’aria viene riscaldata e filtrata, ma per chi
pratica lo yoga il motivo più importante è il prana. Come i profumi vengono
percepiti solo quando si respira dal naso, così la respirazione nasale
consente di assorbire la massima quantità di prana, in quanto nella parte
posteriore del naso vi sono i nervi olfattivi (direttamente collegati al
cervello) attraverso i quali il prana scorre per arrivare poi al sistema
nervoso centrale.

Il prana scorre attraverso settantadue nadi (canali nervosi), che si
purificano e si liberano attraverso la pratica delle posture e degli
esercizi respiratori. Quando il prana fluisce indisturbato, la persona si
sente bene. Se, al contrario, i nadi sono ostruiti o bloccati, insorgono
disturbi o malattie.

Il nadi principale (Sushumna) è localizzato nel midollo spinale.

Di grande importanza per il pranayama sono i nadi Ida e Pingala: il Pingala,
chiamato anche “nadi del sole”, passa attraverso la narice destra, l’Ida, o
“nadi della luna”, attraverso la narice sinistra.

Respirando alternativamente prima attraverso una narice e poi attraverso
l’altra, si raggiunge l’equilibrio tra le forze opposte del sole (attività,
emissività) e della luna (passività, ricettività), che sono attive in ogni
essere umano.

Quando si riesce a controllare il prana, si riesce a controllare anche la
mente, perché le due cose sono connesse. Quando si è in collera, impauriti
od angosciati, il respiro diventa affannoso, corto, mentre quando si è
rilassati e concentrati il respiro è lungo, lento e rilassato. Dato che lo
stato psicologico si riflette nel respiro, ne consegue che imparando a
controllare il respiro si impara a controllare anche la mente: una corretta
respirazione, quindi, non solo aumenta la circolazione di ossigeno e di
prana nell’organismo, ma predispone anche alla concentrazione ed alla
meditazione. Elenchiamo qui di seguito i principali benefici apportati da
una corretta respirazione yogica:

\ L’ossigenazione migliora; \ La funzione degli organi è stimolata; \ Il
metabolismo si normalizza; \ Si riattiva la pompa venosa diaframmatica; \ La
concentrazione aumenta; \ La creatività aumenta; \ La sfera emotiva è più
equilibrata; \ Gli sbalzi di umore diminuiscono di intensità e frequenza; \
L’approccio alla vita è più armonico e profondo; \ Il nervosismo si radica
meno facilmente;

Il respiro, però, proprio in virtù dell’influsso profondo che esercita, deve
essere liberato con molta cautela e pazienza. Le abitudini e le strutture
della vita moderna (cattiva alimentazione, vita sedentaria, compressione
psicologica, stress, divisione tra mente e corpo, esaltazione delle emozione
a tutti i costi, scollamento dalla terra, etc.), ed il suo ordinario livello
di identificazione, hanno “dato” al respiro una forma “piatta” e
superficiale, bloccando anche la funzionalità dell’intera muscolatura
preposta alla respirazione.

- L’alimentazione

“Chi pratica lo Yoga deve essere astemio e mangiare moderatamente;
altrimenti, per quanto abile, non potrà ottenere buoni risultati” Siva
Samhita

“Noi siamo ciò che mangiamo”. Questa affermazione è vera sotto molti punti
di vista. Il cibo è necessario per il nostro benessere fisico, ma influisce
in modo sottile anche sulla mente, conferendogli delle qualità specifiche.

Una dieta naturale si basa su alimenti freschi, leggeri e nutrienti, come la
frutta, i cereali, le verdure ed i semi oleosi (noci, mandorle, pinoli,
etc.). Questo tipo di alimentazione mantiene il corpo agile e snello, la
mente chiara e lucida, e permette all’elemento sattva (luce, trasparenza) di
affermarsi e stazionare nel corpo fisico e nei corpi sottili. Ciò è di
grande aiuto nella pratica dello Yoga.

Viceversa una alimentazione appesantita da un eccesso di carni ed alimenti
raffinati, favorisce l’instaurarsi di attitudini legate al tamas
(pesantezza, oscurità) o al rajas (fuoco, agitazione).

La filosofia Yoga ritiene che tutte le creature viventi abbiano un’essenza
divina, che tutte le creature viventi abbiano un cuore, delle emozioni, e
che partecipiamo tutti della stessa unica natura. In questo senso, il
vegetarianesimo diventa una scelta naturale dello yogi.

Alcuni consigli possono essere utili:

\ preferire gli alimenti integrali a quelli raffinati \ preferire gli
alimenti freschi provenienti da coltivazioni biologiche \ evitare
l’eccessivo consumo di carni animali \ consumare la frutta lontano dai pasti
principali \ consumare latte e derivati da soli, senza combinarli con altri
alimenti \ non consumare nello stesso pasto cibi ricchi di carboidrati
(pane, pasta, cereali) con cibi proteici (carne, pesce, formaggi, etc..),
con l’unica eccezione di cereali con pochi legumi (es. riso e piselli) \
evitare un consumo eccessivo di acqua durante il pasto, perché questo
abbassa i l fuoco gastrico \ evitare dolci e zucchero bianco, preferendo il
miele integrale come dolcificante \ evitare cibi e bevande acidificanti, che
impoveriscono di minerali l’organismo, come caffè, bevande zuccherate e
gasate, cereali raffinati.

- La meditazione

“Nella coscienza in cui l’agitazione della mente è stata placata, si
determina, al pari di un cristallo trasparente che assume il colore degli
oggetti vicini, una fusione completa del conoscitore, del conosciuto e
dell’atto di conoscenza Yoga Sutra I.41

“La liberazione (Kaivalya) è lo stabilirsi dell’energia del vedere nella sua
vera natura, il ritorno della manifestazione alla sua condizione originale
vuota” Yoga Sutra IV.34

“Non esiste né creazione né distruzione; Né destino né libera volontà; Né
via da seguire né conquista; Questa è la verità finale” Sri Ramana Maharishi

“Il più grande ostacolo alla liberazione è pensare di non averla” Sri Ramana
Maharishi

La parola ‘meditazione’ viene dalla radice indoeuropea ‘Ma’, collegata a
‘man =pensare’, ‘mente’, ‘manas’, ,’Man’, che in inglese significa ‘uomo’.
‘Ma’ è inoltre collegata a ‘misurare’, ‘matrice’, ‘madre’, ‘materia’,
‘maya’. Quindi la mente ‘misura’ la realtà attraverso il pensiero. Galileo
introdusse il concetto di misura della realtà. La misura viene ritenuta
‘oggettiva’, la realtà quantificabile ed esprimibile completamente
attraverso numeri e simboli. Posso poi correlare tra loro questi simboli,
costruendo delle teorie verificabili sperimentalme nte attraverso misure
‘oggettive’. Tutto questo agli albori della scienza. Come già introdotto in
precedenza, la sistematica applicazione di tale metodo per l’indagine del
reale porta, in ultima analisi, ad una negazione del metodo stesso, cioè a
provare la sostanziale inconsistenza del dualismo primario tra soggetto ed
oggetto di conoscenza.

Quindi tutto il percorso conoscitivo della scienza è stato possibile
escludendo il soggetto da ciò che si voleva indagare, ed ipotizzando che la
stessa struttura cognitiva e coscienziale del soggetto fosse ininfluente sul
fenomeno osservato. Escludere il soggetto non è così semplice. Inoltre
misurare fa sparire la qualità dell’esperienza, il nostro vissuto della
realtà. Dire che un oggetto è di colore rosso, e quindi emette onde
elettromagnetiche ad una determinata frequenza quantificabile con un numero,
nasconde completamente e non considera la mia esperienza dell’oggetto rosso,
inserito nell’ambiente e che si relazione con la mia coscienza. Questo
aspetto è particolarmente spiacevole, poiché scollega totalmente la visione
scientifica dalla mia esperienza della realtà.

Inoltre misurare con criteri oggettivi richiede un soggetto con una sua
mente cognitiva. Misura, numeri, simboli, etc… con cui pretendo di
ingabbiare la realtà, sono in effetti DENTRO il soggetto, che introduce
delle griglie pseudo-oggettive, che non sono affatto oggettive, ma solo
consensuali tra molti soggetti. Nel momento in cui misuro la realtà, creo
un’altra realtà, diversa dalla realtà vera. Mi trovo in una matrice che crea
una realtà alternativa che io scambio con la vera realtà. Allora bisogna
uscire dalla matrice per vedere che è Maya, illusione. Dunque la realtà è
ricreata e falsificata dalla misura, quindi dal pensiero, cioè dalla mente.
La meditazione è quindi una medicina per la mente che mente. La medicina è
un mezzo artificiale per ripristinare nel corpo lo stato di salute. Da
questo puto di vista la pratica meditativa è molto simile. Quello che
cerchiamo ce l’abbiamo già, però dobbiamo recuperarlo, come una persona che
non trova una collana perché ce l’ha al collo. Quindi è come tornare a casa,
ad una dimensione che in fondo sappiamo già di essere. E’ un po’ come
escludere tutto e tornare al cuore.

Distinguiamo due principali tipi di meditazione :

\ La meditazione ‘oggettiva’ \ La meditazione ‘soggettiva’

\ La meditazione ‘oggettiva’ è la più facile. Segue la naturale inclinazione
della mente a proiettarsi all’esterno e giudicare, pensare, desiderare,
etc..

Nella condizione di coscienza ordinaria, la nostra attenzione viene
costantemente trascinata, portata di qua e di là e spezzata nella sua unità.
I pensieri, le identificazioni e le emozioni sono il collante di questo
processo dispersivo. L’oggetto può essere desiderato oppure avversato.
Questo ci conduce in un tunnel che ci porta completamente fuori. La
meditazione oggettiva non si oppone a questa modalità ordinaria di contatto
con la realtà, ma cerca di utilizzare questa modalità per trascenderla.

Si distinguono quindi due percorsi fondamentali all’interno della modalità
oggettiva:

1. Calma concentrata (Dharana). Seguo volontariamente un oggetto preciso e
mi faccio sequestrare fino in fondo sempre dallo stesso oggetto. Ciò rende
la mente calma e stabile al pari delle acque di uno stagno non increspato
dal vento. L’oggetto può essere un mantra, un mandala, una candela, il
respiro, etc…; cioè si può scegliere il campo visivo, immaginativo,
auditivo, o di percezione tattile, e concentrarsi solo su quello. Quando
sopravviene qualcosa che mi porta via dall’oggetto scelto, la considero una
distrazione e riporto dolcemente e senza biasimi l’attenzione all’oggetto
scelto. Questa pratica esclude dalla percezione tutti gli altri oggetti. Si
può, se ci sono troppi pensieri, scendere a compromessi con la mente, ed
associare un solo pensiero all’oggetto, ad esempio contare i respiri durante
l’osservazione del respiro.

La coscienza assume la forma degli oggetti, quindi si frammenta se vi sono
molti oggetti, e si unifica se ve ne è uno solo. Avviene allora la fusione
(Samadhi) tra soggetto, oggetto e processo conoscitivo

La visione corretta di tale tipo di approccio, non è quella di fare uno
sforzo per raggiungere la concentrazione e la fusione, ma viceversa la
volontà dell’io impedisce la fusione, perché tenta in tutti i modi (consci
ed inconsci) di riaffermare la separazione. Si tratta di togliere qualcosa,
non di aggiungere sforzi. Occorre lasciar andare il falso confine tra
soggetto ed oggetto, che è una creazione del nostro pensiero, come meridiani
e paralleli di una carta geografica. Questo confine è una misura-menzogna
della mente. Questo procedere per sottrazioni è il segreto della quiete
mentale.

Occorre preservare e cogliere quel seme di pace che c’è in noi e farlo
crescere senza l’intervento dell’io, inibendo in qualche modo i suoi
processi traduttivi lineari e schematici. Questo crea una mente unificata,
che prepara la strada per andare oltre la mente. Quindi per il Samadhi
occorre lasciar cadere l’io.

2. Consapevolezza aperta (Dhyana). Gli oggetti della percezione creano delle
onde vorticose di pensieri attorno a quell’oggetto che continuano nel tempo
anche se l’oggetto primario sparisce. Attraverso questo sequestro emotivo,
entro in un mondo fatto di ricordi, giudizi o proiezioni future che
catturano tutto, occupando tutto lo spazio mentale. Questo sistema è
alimentato dal bipolarismo desiderio (raga) – avversione ( dvesa).

La pratica della consapevolezza aperta chiede di non scegliere alcun oggetto
deliberatamente, ma di aprirsi a qualsiasi percezione nel campo della
consapevolezza senza trattenere o scegliere alcun oggetto. Quindi non mi
faccio catturare da alcun oggetto, ma osservo il naturale fluire degli
oggetti. L’attenzione aperta è quindi non selettiva, e richiede prontezza ad
accogliere i nuovi oggetti che di momento in momento si presentano, senza
farsi catturare da nessuno di questi. Come un guardiano che guarda gli
uomini che entrano ed escono dalla porta della città, ma non ne segue
alcuno.

L’attitudine simbolica da realizzare è quella dello specchio piuttosto che
quella della lastra fotografica. Le eventuali reazioni agli oggetti (ad
esempio avversione o desiderio), vanno incluse nel campo della
consapevolezza non appena si manifestano. Occorre stare fermi con la
coscienza e lasciarsi attraversare da tutto ciò che succede senza farsi
trascinare. Col tempo cambia completamente la percezione della realtà che
appare più come un processo dinamico fluente in cui ogni cosa è e non è se
stessa. Tenderò, con l’affinamento dell’ascolto, a percepire più gli
elementi vibratori rispetto ad una materialità densa.

Si passa da una visione di oggetti separati (visione ordinaria) e
permanenti, ad una relazione di processi interconnessi che fluiscono senza
sosta nel campo della consapevolezza. La pratica di asana è anche pertinente
con questo tipo di esperienza.

L’esperienza di flusso percettivo può generare una esperienza di ‘vacuità’,
di sparizione di qualsiasi processo. Per procedere oltre bisogna passare
alla meditazione soggettiva.

La meditazione aperta può essere praticata sui diversi campi percettivi dei
suoni, dei pensieri, del corpo (asana), oppure una totale apertura a 360° su
tutto l’orizzonte percettivo.

Inoltre è possibile estendere tale pratica alla vita quotidiana, utilizzando
ogni gesto per educarsi alla consapevolezza.

\ La ‘meditazione soggettiva’ è più difficile perché la mente non è più
rivolta all’esterno, ma viene introvertita.

Nella meditazione oggettiva vi sono sempre oggetti, anche se mentali. La
meditazione soggettiva inverte invece lo sguardo, capovolgendo la ordinaria
tendenza della mente a proiettarsi all’esterno. Si tratta di risalire la
corrente percettiva all’indietro sino al punto della sua origine. Non
significa guardare gli oggetti esterni, ma mira tornare a colui che osserva,
alla sorgente della percezione e della consapevolezza. E’ una investigazione
sul Sé, e comporta il ritiro della coscienza anche dalla mente, considerata
un oggetto esterno.

Ramana Maharishi ha usato e descritto la meditazione soggettiva o
investigazione del Sé (Atma Vichara). Egli chiama meditazione (Dharana,
Dhyana) osservare un oggetto, e investigazione del Sé (Atma Vichara) la
meditazione soggettiva, considerata il metodo diretto per giungere alla
liberazione. Infatti anche la meditazione oggettiva prima o poi arriva al
punto in cui mi faccio l’unica domanda veramente utile da porsi: chi sono
io?

Se la mente è calma, il processo è più facile, quindi la meditazione
soggettiva è agevolata da una pratica propedeutica di meditazione oggettiva
e delle altre braccia dello Yoga. Patanjali negli Yoga Sutra distingue
infatti tra Samadhi (meditazione oggettiva) e Kaivalya (meditazione
soggettiva, liberazione).

Occorre fondersi con la sorgente, cercare la sorgente del pensiero ‘io’,
questo è tutto ciò che si deve fare. ‘Io sono’ è la realtà finale. La
meditazione soggettiva con sforzo è l’investigazione; quando diventa
spontanea è la realizzazione. Ramana Maharishi ci dice che il tentativo di
trascendere l’ego con metodi diversi dalla pura meditazione oggettiva è
illusorio. Dobbiamo cercare l’ego e investigarlo, ed allora la mente e l’ego
si dissolvono e rimane il Sé.

Esistono delle pratiche formali di meditazione soggettiva:

1. Il punto di origine . Normalmente il punto di origine della
consapevolezza è individuato in un punto del corpo, ad esempio Ajna chakra,
tra le sopracciglia tre centimetri dentro. Questo punto è illusorio, perché
il vero punto di origine della coscienza è l’universo, tuttavia per la
dominanza del senso ‘vista’, è comune associare la coscienza con Ajna.

Allora torniamo dalla percezione all’interno, facciamo dimorare la coscienza
nel punto Ajna, in modo che sia il ‘sedile’, la dimora dell’attenzione,
piuttosto che un oggetto di osservazione o lo schermo dei pensieri. La
pratica consiste nel farla dimorare in quel luogo senza farla uscire verso
gli oggetti, sia quelli considerati ‘esterni’, che quelli considerati
‘interni’ come i pensieri o le sensazioni del corpo. Infatti ciò che io
considero ‘interno’ ed ‘esterno’ dipende dal mio livello illusorio di
identificazione.

Ogni volta che la coscienza fluisce verso gli oggetti, lasciamo andare gli
oggetti e ritorniamo con la consapevolezza che stazione nel suo luogo di
origine

2. La dotta ignoranza. Pratica più diretta della precedente. Lasciare la
mente in uno stato spontaneo non localizzato spazialmente in alcun punto del
corpo. Poi si dimenticano completamente gli oggetti (percezioni, pensieri,
etc.).

Ogni volta che siamo consapevoli di qualcosa, lo molliamo e torniamo allo
stato destrutturato. Si tratta di una anti-consapevolezza deliberata, che in
realtà è una consapevolezza più profonda e meno diretta dall’ego. Una forma
di consapevolezza che riposa in Sé.

3. Io sono (Chi sono io?). La più semplice, efficace e diretta. L’idea di
base è che i pensieri e gli oggetti di cui sono consapevole hanno una unica
radice, vengono da un unico pensiero-radice (Aham vritti, la radice dei
movimenti della mente), cioè l’io.

La mia coscienza è quella fondamentale. Gli oggetti fuori (il ‘tu’, gli
altri oggetti, i pensieri, le percezioni corporee) esistono in rapporto all’
‘io-sono-qui’.

Focalizzare l’attenzione sull’io-sono, ritirandola dagli oggetti. Questa
pratica è il tentativo di isolare l’esperienza dell’io da quella percettiva
esterna. Quando l’attenzione recede dagli oggetti verso l’iosono, all’inizio
vado su un unico pensiero ‘io-sono’, poi pian piano diventa una sensazione
di esserci, una dimensione. Qui si comincia ad investigare.

La difficoltà consiste nel fatto che normalmente mescoliamo l’io
condizionato costruito dal pensiero, con la pura dimensione di Essere, che è
il vero Sé. Quindi abbiamo false idee che ci condizionano e ci identificano.
Ma se noi cerchiamo l’ego e la mente, questi svaniscono e non esistono.
L’ego è solo un pensiero e nasce da una falsa identificazione. Proprio
cercando l’io non lo troviamo da nessuna parte. Allora sparisce la mente ed
il pensiero e rimane l’esperienza effettiva dell’esserci, che non ha nulla a
che vedere con l’identità egoica, che è solo un miraggio.

Tutto ciò che è necessario è perdere l’ego. Il nostro dovere è Essere, non
essere questo o quello. ‘Io sono colui che sono’ riassume l’intera verità.
Ogni forma è di disturbo. La mente e l’io si rivelano, ad una attenta
investigazione, come un fascio di pensieri e niente più; allora si
dissolvono e rimane la pura consapevolezza dell’esserci prima di ogni
identificazione. Tale consapevolezza è l’orizzonte, lo sfondo, ed il
contenuto di ogni esperienza, ed è chiamata in sanscrito drasta o sakshin,
‘il testimone’.

Nella mia esperienza, tolti i filtri dell’ego, non posso distinguere tra la
coscienza di un oggetto e l’oggetto stesso. Non esiste assolutamente nulla
che autorizzi o suggerisca questa divisione del Reale. L’oggetto, tuttavia,
normalmente è mediato dagli schemi introiettati, dal linguaggio, etc.,
chiamati in sanscrito citta. Quindi finiamo per identificare illusoriamente
cose separate e crederci.

La meditazione comincia con l’istaurarsi di una modalità percettiva meno
mediata dal pensiero (citta). Così si riscopre una esperienza non
frammentata, anche se ancora di questo o di quello. Proseguendo, si
escludono tutti gli oggetti tranne uno; poi si ritira anche quello e si
passa alla pura consapevolezza dell’esserci. La consapevolezza dell’esserci
non è un’altra dimensione, ma è sempre presente come sfondo di qualsiasi
esperienza, e diventa evidente se non vi sono oggetti.

Tale consapevolezza viene anche chiamata coscienza dell’unità.

Quotidianamente si sovrappongono alla coscienza gli oggetti , mediati dal
filtro mentale di citta, cosicché lo schermo viene dimenticato e mi
identifico con questo o quello, come accade in un film quando mi coinvolgo
nella storia.

Non è importante il particolare metodo che si utilizza, ma invece è
importante chi medita. Chiedersi ‘chi medita?’ è la domanda fondamentale.

La coscienza di questo o di quello è sempre presente; questo non ha nulla di
specificatamente meditativo, ma è coscienza condizionata. La meditazione
mira a sintonizzarsi sulla sorgente della consapevolezza che precede
l’applicazione all’oggetto. Esserci è la cosa essenziale. Occorre dare
energia alla coscienza di esserci, anche quando si pratica la calma
concentrata.

E’ importante sottolineare l’importanza della meditazione soggettiva. Quello
è lo scopo. L’esserci è più importante del fare. La consapevolezza
dell’esserci o ‘presenza’ è un altro modo di chiamare la vita. Sospesi tutti
i filtri discorsivi, scorta la consapevolezza dell’esserci, a questo punto
lo Yoga e la meditazione hanno terminato il loro compito. Con la pratica del
‘testimone’, il meditante, lo yogin, ha raggiunto il fondo dell’anima. Al di
là c’è il Mistero o Dio, che però deve rivelarsi da solo, deve esplodere da
solo. Il fondo si sfonda nel non-duale. ‘Lì c’è l’Assoluto dove tu non sai’,
oltre la consapevolezza.

Non sottovalutare il potere della vertigine dell’ignoto e del mistero oltre
la consapevolezza.

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